Montemagno di Calci:
il borgo fortificato degli olivi e dei mulini
Tra i borghi che compongono il territorio di Calci,
Montemagno possiede
un'identità particolarmente forte.
Non è semplicemente una frazione del paese.
È quasi una valle nella valle.
Si trova infatti sul versante sudorientale del Monte
Pisano, lungo lo Zambra di Montemagno,
in un paesaggio nel quale il borgo, gli oliveti terrazzati, i boschi e i
corsi d'acqua formano ancora oggi un insieme facilmente riconoscibile.
Il Comune di Calci distingue proprio la valle di Montemagno da quella
principale di Calci, entrambe modellate dai rispettivi torrenti Zambra.
Montemagno ha inoltre conservato qualcosa che in altri
nuclei calcesani è più difficile percepire:
l'aspetto del borgo.
Stradine strette.
Vicoli.
Case addossate.
Salite.
Passaggi pavimentati a ciottoli.
Muri.
E intorno, quasi ovunque, olivi.
Una terrazza sulla pianura pisana
La posizione di Montemagno spiega molto della sua
storia.
Il paese sorge sulle prime alture del Monte Pisano e
domina la pianura.
Dalle sue parti più elevate lo sguardo raggiunge la
pianura dell'Arno, Pisa e, nelle giornate più limpide, il settore
costiero.
Alle spalle comincia invece il monte.
Questa posizione permetteva agli abitanti di
utilizzare contemporaneamente ambienti diversi.
Più in basso i terreni agricoli.
Sui versanti gli oliveti.
Più in alto castagneti e boschi.
Nei valloni l'acqua.
Montemagno nacque e crebbe proprio dall'incontro tra
queste risorse.
Una storia che arriva fino al 780
La prima grande data della storia montemagnese è il
30 aprile 780.
Un documento conservato nell'Archivio di Stato di Pisa
ricorda proprietà situate a Montemagno all'interno di una donazione
effettuata da tre fratelli di origine longobarda per la fondazione di un
monastero presso San Savino, nell'antica località di Ceragiolo o
Cerasiolo. La stessa documentazione collega a questa fase anche beni
situati intorno alla chiesa di San Martino.
Siamo in piena età altomedievale.
Carlo Magno non è ancora imperatore.
Pisa non è ancora la grande potenza marittima che
diventerà nei secoli successivi.
E Montemagno è già presente nella documentazione.
La presenza longobarda
Il documento del 780 inserisce Montemagno in un
territorio nel quale la presenza longobarda aveva lasciato tracce
profonde.
Le grandi proprietà rurali, le chiese e i monasteri
erano elementi fondamentali dell'organizzazione della campagna.
La Valgraziosa non era quindi un territorio vuoto
destinato a popolarsi soltanto nel pieno Medioevo.
Esistevano già insediamenti.
Terre coltivate.
Edifici religiosi.
Percorsi.
Proprietà organizzate.
Montemagno appartiene a questa storia antica.
Da dove viene il nome Montemagno?
La tradizione locale propone un'origine molto
suggestiva.
Il nome sarebbe derivato da
Mons Janus, cioè “Monte di
Giano”, con riferimento all'antica divinità romana. Attraverso
successive trasformazioni linguistiche — Monseianus,
Montemanius — si sarebbe arrivati alla forma Montemagno.
È un'interpretazione affascinante e molto radicata
nella ricostruzione locale.
Va però presentata con prudenza.
L'etimologia dei toponimi antichi è spesso complessa e
non sempre una tradizione etimologica permette di dimostrare l'esistenza
di un vero culto romano nel luogo.
Meglio quindi parlare di
interpretazione tradizionale del nome,
senza trasformarla automaticamente in una certezza archeologica.
San Martino
Tra i luoghi fondamentali per comprendere il
Montemagno più antico c'è la chiesa di
San Martino.
Si trova fuori dal nucleo principale, lungo il
percorso che conduce verso il Monte Verruca.
La tradizione storica locale la collega già alla
documentazione altomedievale del 780; gli studi archeologici sul
territorio, invece, indicano con sicurezza la presenza della chiesa
nella documentazione ecclesiastica del XIII secolo.
Questa distinzione è importante.
La memoria di San Martino è molto antica.
La documentazione delle diverse fasi dell'edificio
deve però essere letta con attenzione.
La torre di San Martino
Uno degli aspetti più interessanti della chiesa è il
suo campanile.
Secondo la ricostruzione storica locale, la struttura
avrebbe avuto originariamente una funzione di
torre di controllo lungo la
via diretta verso il Monte Verruca.
Se osserviamo il territorio, l'ipotesi appare
comprensibile.
La Verruca era uno dei grandi punti strategici del
Monte Pisano.
Controllare le vie che conducevano verso quella zona
significava sorvegliare un sistema di collegamenti di enorme importanza
militare.
Montemagno si trovava lungo questo paesaggio di
transito.
Verso la Verruca
La montagna che sovrasta il paese non era soltanto una
risorsa agricola e forestale.
Era anche territorio strategico.
Sentieri e mulattiere permettevano di attraversare il
Monte Pisano e raggiungere fortificazioni, eremi, boschi e altri nuclei.
La posizione di Montemagno acquistava quindi un valore
doppio.
Economico.
Militare.
Chi controllava i percorsi del monte controllava una
delle porte naturali della pianura pisana.
La Bonifacia
La tradizione storica di Montemagno ricorda poi una
fortificazione costruita nel 1025
dagli abitanti del paese.
Era chiamata
Bonifacia.
La spiegazione tradizionale fa derivare il nome da
bonum facere, “fare bene”, espressione collegata al motto della
comunità montemagnese.
Anche in questo caso ci troviamo davanti a una memoria
locale molto suggestiva, che merita di essere raccontata distinguendo
ciò che è tradizione da ciò che può essere ricostruito direttamente
attraverso la documentazione medievale.
La cosa fondamentale è che il nucleo superiore di
Montemagno conserva la memoria di un antico spazio fortificato.
Villa Alta
La parte più elevata del paese veniva chiamata
Villa Alta ed è collegata
proprio alla Fortezza Bonifacia.
Era uno dei tre principali nuclei nei quali Montemagno
risultava tradizionalmente suddiviso. Gli altri erano
Piè di Villa e
Venezia.
Questa articolazione interna è importantissima.
Montemagno non era nemmeno al proprio interno un borgo
uniforme.
Era formato da piccoli nuclei.
Villa Alta.
Piè di Villa.
Venezia.
Ognuno con una posizione precisa nel paesaggio.
Santa Maria ad Nives
All'interno dell'area fortificata sarebbe sorta una
chiesa dedicata a Santa Maria ad Nives,
la Madonna della Neve.
La tradizione locale ne colloca la costruzione nel
1076; la documentazione ecclesiastica conservata permette di seguirne
con sicurezza la presenza dal XII secolo: l'Arcidiocesi di Pisa indica
infatti la parrocchia come attestata dal
1179.
Con il tempo Santa Maria ad Nives divenne il
principale riferimento religioso del paese.
Il centro della vita comunitaria si spostò sempre più
verso il nucleo fortificato.
Dalla chiesa di San Martino a Santa
Maria
Il cambiamento è significativo.
San Martino rappresenta la fase più antica
dell'insediamento.
Santa Maria ad Nives diventa progressivamente il cuore
del paese sviluppatosi intorno alla fortificazione.
La geografia religiosa segue quindi la geografia
dell'abitato.
Quando cambia il centro della popolazione, cambia
anche il principale luogo di culto.
San Martino rimane fuori.
Santa Maria diventa centrale.
Un borgo che si raccoglie intorno
alla fortezza
È così che dobbiamo immaginare la crescita medievale
di Montemagno.
Non una città pianificata.
Ma un paese che lentamente si addensa.
Una fortificazione.
Una chiesa.
Case.
Vicoli.
Percorsi.
Più in basso altri nuclei.
Intorno, oliveti e campi.
Il risultato è quella struttura compatta che ancora
oggi rende Montemagno uno dei borghi più caratteristici di Calci.
Papa Eugenio III
Montemagno possiede anche una tradizione di grande
prestigio:
quella che lo indica come luogo di nascita di
papa Eugenio III.
Prima dell'elezione al pontificato nel 1145 si
chiamava Bernardo. Le notizie certe sulla sua giovinezza sono però
limitate: la documentazione consente di seguirlo come ecclesiastico e
monaco prima della sua ascesa nella gerarchia cistercense, mentre
l'attribuzione della nascita a Montemagno appartiene alla tradizione
locale.
Per questo è meglio scrivere:
“Secondo la
tradizione, Montemagno diede i natali a papa Eugenio III.”
È storicamente più corretto che presentare il luogo di
nascita come un fatto assolutamente accertato.
Bernardo e Bernardo di Chiaravalle
Eugenio III è una figura importantissima della Chiesa
medievale.
Fu legato all'ambiente cistercense e a
Bernardo di Chiaravalle, una
delle personalità religiose più influenti del XII secolo.
Nel 1145 Bernardo venne eletto papa con il nome di
Eugenio III.
Il collegamento con Montemagno permette quindi al
piccolo borgo della Valgraziosa di inserirsi in una storia europea.
Monachesimo.
Papato.
Crociate.
Riforma religiosa.
Un orizzonte sorprendentemente vasto per un paese così
piccolo.
Il Duecento
Nel XIII secolo Montemagno appare ormai pienamente
inserito nella storia politica del territorio pisano.
Una testimonianza del
1238 ricorda gli uomini di Calci, Montemagno e Caprona
all'interno del quadro politico della lega ghibellina.
Non dobbiamo quindi immaginare Montemagno come una
comunità isolata tra gli olivi.
Gli abitanti partecipavano alle vicende del
territorio.
Pisa.
Lucca.
Le famiglie aristocratiche.
Guelfi.
Ghibellini.
Le grandi divisioni politiche medievali arrivavano
anche qui.
Montemagno e Pisa
Il rapporto con Pisa fu fondamentale.
Pisa rappresentava il principale centro politico ed
economico della zona.
La Valgraziosa forniva prodotti agricoli e beni
lavorati.
La città forniva un mercato.
Le istituzioni pisane possedevano beni nel territorio.
Le vicende militari di Pisa coinvolgevano
inevitabilmente i paesi del Monte Pisano.
Montemagno era rurale.
Ma profondamente inserito nel sistema pisano.
L'acqua di Montemagno
La grande protagonista della storia economica del
borgo è però l'acqua.
Montemagno possiede un proprio torrente:
lo Zambra di
Montemagno.
Scende dal Monte Pisano attraversando una valle ricca
di corsi minori e raggiungendo le zone più basse del territorio.
Per secoli quest'acqua non fu soltanto un elemento
naturale.
Fu energia.
I mulini
Lungo lo Zambra sorsero numerosi mulini.
La ricostruzione storica del borgo ricorda come la
forza dell'acqua fosse utilizzata per macinare cereali e castagne. Dopo
il Mille l'attività molitoria si sviluppò progressivamente in tutta la
valle calcesana, passando dalla produzione destinata soprattutto alle
necessità locali a un sistema molto più intenso e organizzato.
La ruota girava.
La macina lavorava.
Il grano diventava farina.
Le castagne diventavano farina di castagne.
L'acqua trasformava il raccolto.
Una valle di mulini
Calci sarebbe diventata celebre come il
“paese dei cento molini”.
A metà Ottocento, secondo la ricostruzione storica
pubblicata dal Comune, nella valle erano presenti
124 mulini e 34 frantoi.
È un numero straordinario.
Significa che il paesaggio sonoro della valle doveva
essere completamente diverso.
Acqua.
Ruote.
Macine.
Ingranaggi.
Animali da trasporto.
Persone al lavoro.
Montemagno partecipava pienamente a questa economia.
Le castagne
Non veniva macinato soltanto il grano.
I boschi del Monte Pisano erano ricchi di castagni.
Le castagne potevano essere essiccate e trasformate in
farina.
Per le comunità rurali questo alimento aveva
un'importanza enorme.
La farina di castagne permetteva di integrare o
sostituire quella di cereali.
Il monte nutriva quindi il paese in due modi.
Con i boschi.
E con l'acqua che muoveva i mulini.
I frantoi
Dal Trecento la forza idraulica venne utilizzata anche
nella lavorazione delle olive, aumentando l'efficienza della frangitura.
Era la combinazione perfetta per Montemagno.
Sui versanti:
gli olivi.
Nel fondovalle:
l'acqua.
Tra i due:
il frantoio.
Il territorio forniva contemporaneamente materia prima
ed energia.
L'olio
L'olio è forse il prodotto che più di ogni altro
rappresenta ancora oggi Montemagno.
Gli antichi terrazzamenti olivati costituiscono uno
degli elementi caratteristici del paesaggio di Calci e del Monte Pisano.
Il Comune sottolinea ancora oggi il valore di questo paesaggio e la
qualità dell'olio che vi viene prodotto.
Ma dietro una bottiglia d'olio esiste una storia
lunghissima.
Potatura.
Manutenzione dei muri.
Pulizia dei terreni.
Raccolta.
Trasporto.
Frangitura.
Conservazione.
I muri a secco
Gli oliveti di Montemagno sono in gran parte un
paesaggio costruito.
Il versante naturale è inclinato.
Per coltivarlo l'uomo ha creato terrazze.
Muro dopo muro.
Pietra dopo pietra.
I muri trattengono la terra.
Regolano l'acqua.
Permettono di utilizzare superfici che altrimenti
sarebbero difficilmente coltivabili.
Quando osserviamo Montemagno dall'alto, non stiamo
quindi guardando soltanto la natura.
Stiamo guardando secoli di lavoro.
Il paese e il torrente
La struttura di Montemagno segue la valle.
Lo Zambra non è semplicemente vicino alle case.
Ha contribuito a determinarne l'economia e la
distribuzione.
Gli opifici avevano bisogno dell'acqua.
Gli orti avevano bisogno dell'acqua.
Gli animali avevano bisogno dell'acqua.
Le persone avevano bisogno dell'acqua.
Per questo la storia di Montemagno può essere letta
seguendo il torrente dalla montagna verso la pianura.
Venezia
Tra i vecchi nuclei del paese compare un nome curioso:
Venezia.
Era una delle tre parti principali del borgo insieme a
Villa Alta e Piè di Villa.
Il nome meriterebbe da solo una ricerca toponomastica
specifica.
È uno di quei casi nei quali la microtoponomastica
conserva una geografia che rischia di scomparire dalla memoria.
I piccoli nomi locali sono spesso veri documenti
storici.
Piè di Villa
Piè di Villa era invece il nucleo posto più in basso
rispetto a Villa Alta.
Il nome è trasparente:
la parte ai piedi del borgo superiore.
Questa distinzione dimostra quanto il pendio fosse
importante nell'organizzazione del paese.
In alto la fortezza e Santa Maria.
Più in basso altri gruppi di case.
Il paese cresce verticalmente.
Il Ponte di San Martino
Nel 1770 fu
costruito il Ponte di San Martino,
destinato a collegare Villa Alta con Venezia.
È un piccolo episodio, ma molto significativo.
Un ponte modifica la vita di un paese.
Riduce distanze.
Facilita il trasporto.
Collega famiglie.
Rende più semplice raggiungere campi, chiese e
attività.
La storia locale è fatta anche di infrastrutture
apparentemente minori.
San Lorenzo
Il territorio di Montemagno comprende anche
San Lorenzo, borgata posta
nella valle in direzione di Rezzano e Nicosia.
Il nucleo era anticamente conosciuto come
Anghio; una carta del 975
ricorda un “casale di Anghio”, mentre la chiesa di San Lorenzo risulta
documentata dal XII secolo.
Oggi la denominazione amministrativa
Montemagno-San Lorenzo
conserva proprio questa unione territoriale.
San Lorenzo al Sasso
La chiesa di San
Lorenzo al Sasso è attestata nel XII secolo e nel Trecento
entrò nella sfera patrimoniale del convento agostiniano di Nicosia.
Questo legame è importante.
Montemagno non viveva isolato.
Intorno si trovavano monasteri e istituzioni
ecclesiastiche che possedevano terreni, amministravano beni e
influenzavano l'organizzazione agricola.
San Lorenzo costituisce uno dei punti di contatto tra
il mondo del borgo e quello monastico.
Nicosia
Poco distante sorge infatti
Nicosia, uno dei grandi luoghi
religiosi della Valgraziosa.
La presenza del convento contribuì per secoli alla
storia del territorio circostante.
Terre.
Acque.
Boschi.
Coltivazioni.
Strade.
I monasteri non erano soltanto luoghi di preghiera.
Erano anche importanti organismi economici.
La vicinanza tra Montemagno, San Lorenzo e Nicosia
racconta proprio questa sovrapposizione.
Un Comune dentro la valle
Nel Cinquecento Montemagno non era semplicemente una
borgata.
Era una vera comunità
dotata di una propria organizzazione.
Nella seconda metà del secolo partecipava insieme a
Calci Pieve, Tre Colli, San Vito, Castelmaggiore e Campo alla formazione
degli organi della Podesteria di Calci, inviando un console e due
consiglieri.
Questo è uno dei dati più importanti per comprendere
l'identità montemagnese.
Il paese amministrava interessi propri.
Gli Statuti di Montemagno
Ancora più significativo è il patrimonio documentario.
All'Archivio di Stato di Firenze sono conservati
21 statuti di Montemagno,
datati tra l'inizio del Cinquecento e il 1718.
Gli statuti erano le regole della comunità.
Stabilivano diritti.
Doveri.
Gestione delle risorse.
Attività.
Rapporti tra gli abitanti.
Il fatto che ne sopravviva una serie così ampia
dimostra quanto fosse strutturata la vita civile del paese.
Un paese che si governava
Immaginare Montemagno nel Cinquecento significa quindi
immaginare qualcosa di più complesso di un gruppo di contadini.
C'erano rappresentanti.
Decisioni collettive.
Norme.
Beni comuni.
Questioni sull'acqua.
Strade da mantenere.
Terreni da gestire.
Conflitti da risolvere.
La comunità possedeva una vera dimensione politica.
Il battesimo a Montemagno
Un altro passaggio fondamentale avvenne nel
1573, quando Montemagno
ottenne dalla Pieve di Calci la facoltà di amministrare il battesimo
nella chiesa di Santa Maria ad Nives, con l'obbligo di versare
annualmente due libbre di cera bianca alla Pieve per la festa di
Sant'Ermolao.
Poco dopo la chiesa acquistò piena dignità pievanale;
l'Arcidiocesi di Pisa indica il passaggio al
1575.
Non era soltanto una questione religiosa.
Era un'affermazione di autonomia.
Nascere a Montemagno
Il battesimo aveva un valore centrale nella società
cristiana.
Dover portare i neonati alla Pieve di Calci
significava dipendere simbolicamente e praticamente dal centro della
valle.
Poterli battezzare a Montemagno cambiava qualcosa.
Il paese diventava più autonomo.
La propria chiesa accompagnava gli abitanti fin
dall'inizio della vita.
Era un segno fortissimo di identità comunitaria.
Il Granducato
Con l'età moderna Montemagno entrò pienamente nel
sistema amministrativo del Granducato di Toscana.
La Podesteria di Calci faceva parte del più ampio
Vicariato di Vicopisano.
La vecchia autonomia locale continuava però a
convivere con istituzioni territoriali più grandi.
Era un sistema a più livelli.
La comunità.
La podesteria.
Il vicariato.
Il Granducato.
La separazione del 1776
Nel 1776 le
riforme di Pietro Leopoldo modificarono profondamente l'assetto locale.
Montemagno, Nicosia e parte di Rezzano passarono sotto
Vicopisano, mentre Calci, Castelmaggiore e Tre Colli furono assegnati a
Pisa.
Si creò così una situazione curiosa.
La geografia naturale univa la Valgraziosa.
La geografia amministrativa la divideva.
Paesi vicinissimi appartenevano a Comuni differenti.
Un confine invisibile
Non c'era una montagna a separare Montemagno da Calci.
Non c'era un grande fiume.
Il confine era amministrativo.
Gli abitanti continuavano a condividere strade,
mercati, relazioni familiari, chiese e risorse.
Eppure appartenevano a circoscrizioni diverse.
È un ottimo esempio di come i confini politici non
coincidano necessariamente con quelli geografici o culturali.
L'Ottocento
Durante il XIX secolo Montemagno rimase una comunità
fortemente agricola e produttiva.
Gli oliveti occupavano i versanti.
I castagneti le quote superiori.
Mulini e frantoi utilizzavano lo Zambra.
Il borgo conservava una struttura compatta.
Le strade erano ancora percorse soprattutto a piedi o
con animali.
La vita era scandita dal lavoro e dalle stagioni.
Il ritorno a Calci
Nel corso dell'Ottocento Calci riuscì a costruire la
propria autonomia comunale.
Il Comune ricorda il
1867 come anno della costituzione autonoma; Montemagno, rimasto
inizialmente legato a Vicopisano, venne poi riunito a Calci nel
1884.
Dopo più di un secolo di separazione amministrativa,
Montemagno tornava quindi a condividere l'amministrazione con il resto
della Valgraziosa.
Santa Maria nell'Ottocento
Anche la chiesa parrocchiale cambiò.
L'Arcidiocesi di Pisa ricorda che l'attuale edificio
di Santa Maria ad Nives fu
ampliato e ristrutturato nella metà del XIX secolo.
La chiesa che vediamo oggi è quindi il risultato di
una lunga stratificazione.
Origini medievali.
Crescita della comunità.
Modifiche.
Ampliamenti.
Restauri.
Come il paese, anche l'edificio religioso porta su di
sé epoche differenti.
Il Novecento: un paese pieno di
attività
La memoria della prima metà del Novecento restituisce
un Montemagno sorprendentemente vivace.
Una ricostruzione locale censisce una macelleria, un
forno, quattro negozi di alimentari, due mercerie, una latteria, un
fruttivendolo, due barbieri, un falegname, due fabbri, un sarto, un
calzolaio e diversi muratori.
Per un borgo di queste dimensioni è una concentrazione
notevole.
Montemagno non era un paese dormitorio.
Era quasi autosufficiente nella vita quotidiana.
Le botteghe
La bottega era molto più di un negozio.
Era un luogo di incontro.
Si comprava.
Si parlava.
Si scambiavano notizie.
Si discuteva.
Alcuni negozi di alimentari funzionavano anche come
bar, diventando punti di ritrovo serale per gli uomini del paese.
La vita sociale aveva quindi una geografia precisa.
Chiesa.
Bottega.
Strada.
Casa.
Campagna.
Gli artigiani
Fabbro.
Falegname.
Sarto.
Calzolaio.
Muratore.
Sono mestieri che raccontano un'economia locale nella
quale molti oggetti venivano costruiti o riparati direttamente in paese.
Le scarpe si aggiustavano.
Gli attrezzi si riparavano.
Il legno veniva lavorato.
Gli abiti adattati.
Buttare e ricomprare era molto meno comune.
L'artigiano faceva durare le cose.
La crisi dei mulini
Nel frattempo il grande sistema idraulico entrava in
crisi.
Il Comune di Calci ricorda che già nella seconda metà
dell'Ottocento i mulini tradizionali iniziarono a soffrire la
concorrenza di impianti più industrializzati; l'arrivo dell'energia
elettrica, nel 1914, accelerò
ulteriormente la trasformazione. Molti mulini e alcuni frantoi furono
successivamente smantellati o convertiti in abitazioni.
Era la fine di un mondo durato secoli.
Quando lo Zambra smise di essere una
macchina
Per generazioni il torrente aveva prodotto energia.
Poi improvvisamente l'energia poteva arrivare
attraverso un filo.
Non serviva più costruire un mulino vicino all'acqua.
Non serviva più aspettare la portata giusta.
Il motore elettrico cambiò completamente la geografia
della produzione.
Lo Zambra rimase.
Ma perse una parte della propria funzione economica.
L'abbandono della montagna
Nel secondo Novecento cambiarono anche agricoltura e
bosco.
Molte attivit���� che richiedevano grande quantità di
manodopera diminuirono.
Alcuni terrazzamenti furono abbandonati.
Il bosco riconquistò superfici precedentemente
coltivate.
La popolazione trovò sempre più spesso lavoro fuori
dal settore agricolo.
Il rapporto quotidiano tra paese e montagna divenne
meno intenso.
Gli olivi resistono
Eppure l'olivo è rimasto.
Ancora oggi il paesaggio di Montemagno è
caratterizzato dalle olivete che circondano il borgo. Il Comune di Calci
presenta proprio gli antichi terrazzamenti olivati come uno degli
elementi identitari della Valgraziosa.
È una continuità importante.
Il mulino tradizionale quasi scompare.
L'olivo rimane.
Un borgo da percorrere a piedi
Montemagno conserva inoltre una qualità urbanistica
particolare.
Il modo migliore per conoscerlo è camminare.
Entrare nel borgo.
Seguire i vicoli.
Salire.
Scendere.
Osservare le pavimentazioni.
Affacciarsi verso la pianura.
Terre di Pisa sottolinea proprio la presenza di
stradine e vicoli ancora caratterizzati da pavimentazioni a ciottoli.
La lentezza permette di leggere il paese.
Le case
Le abitazioni seguono il pendio.
Non formano una griglia regolare.
Si adattano.
Si appoggiano.
Creano passaggi.
La forma del borgo nasce dalla topografia e dalla
crescita storica.
Ogni ampliamento doveva confrontarsi con ciò che
esisteva già.
Una strada.
Un muro.
Un dislivello.
Una casa.
Per questo i borghi medievali possiedono quella
complessità che nessun quartiere pianificato può imitare perfettamente.
Le porte della casa
In un paese agricolo, casa e lavoro erano strettamente
collegati.
Al piano terreno potevano trovarsi locali destinati
agli attrezzi, ai prodotti agricoli o agli animali.
Più sopra gli ambienti abitativi.
Vicino alla casa l'orto.
Poco oltre gli olivi.
Il borgo non era separato dalla campagna.
Era il centro della campagna.
Il panorama
Dalle zone alte di Montemagno la pianura pisana si
apre improvvisamente.
L'Arno.
Pisa.
Il territorio verso il mare.
È una vista spettacolare, ma possiede anche un
significato storico.
Da quassù si comprende quanto il paese fosse
contemporaneamente appartato e vicino alla città.
Montagna alle spalle.
Pisa davanti.
Montemagno e il Monte Pisano
Il borgo è anche una porta naturale verso i sentieri
del Monte Pisano.
Il Comune promuove il territorio di Calci proprio per
la sua rete di percorsi dedicati a cammino, trekking e bicicletta.
Per Montemagno questa vocazione moderna riprende una
realtà antichissima.
I sentieri di oggi seguono spesso un territorio
attraversato per secoli da contadini, boscaioli, pastori, religiosi e
viandanti.
Prima di essere escursionistici erano percorsi di
lavoro.
Il grande incendio del 2018
La montagna ha mostrato anche la propria fragilità.
Il grande incendio del Monte Pisano del settembre 2018
colpì duramente il territorio calcesano e le aree collinari.
Per comunità come Montemagno fu un evento che riportò
al centro il rapporto tra abitato, oliveti, bosco e manutenzione del
territorio.
Il paesaggio non può essere considerato immutabile.
Deve essere curato.
Coltivare il paesaggio
Mantenere un oliveto significa anche mantenere il
territorio.
Pulire.
Potare.
Ricostruire muri.
Mantenere accessi.
Gestire l'acqua.
Ridurre l'abbandono.
Per questo l'agricoltura di montagna possiede oggi un
valore che va oltre la semplice produzione.
È anche conservazione del paesaggio storico.
San Rocco
Tra i luoghi religiosi del borgo compare anche l'Oratorio
di San Rocco, ulteriore testimonianza della fitta rete di
devozioni che caratterizzava Montemagno.
San Rocco è tradizionalmente legato alla protezione
dalle epidemie.
In molti paesi italiani cappelle e oratori dedicati al
santo conservano la memoria delle grandi paure collettive provocate
dalle pestilenze.
Anche un piccolo edificio può quindi raccontare una
storia europea.
Le feste religiose
Santa Maria ad Nives, San Martino, San Lorenzo e San
Rocco mostrano quanto articolato fosse il calendario religioso locale.
Ogni dedicazione possedeva una propria festa.
Le celebrazioni erano occasioni religiose ma anche
sociali.
Si incontravano famiglie.
Arrivavano parenti.
Si interrompeva il lavoro.
Il calendario sacro scandiva il tempo insieme a quello
agricolo.
Il tempo dell'olivo
L'altro calendario era quello della campagna.
Potatura.
Fioritura.
Estate.
Raccolta.
Frangitura.
Il paese cambiava attività con le stagioni.
In autunno l'oliva diventava protagonista.
Nel bosco arrivavano le castagne.
Ogni periodo aveva il proprio lavoro.
Il tempo non era uniforme.
Era agricolo.
Montemagno e la memoria orale
Un paese come Montemagno possiede inoltre una fonte
storica che nessun archivio può sostituire completamente:
la memoria degli abitanti.
Nomi delle famiglie.
Soprannomi.
Vecchi negozi.
Mulini.
Frantoi.
Fonti.
Percorsi.
Giochi.
Feste.
Luoghi che sulle carte possono avere un nome diverso
da quello utilizzato da chi ci vive.
La ricostruzione delle attività della prima metà del
Novecento dimostra quanto questa memoria possa essere preziosa.
Un paese quasi autosufficiente
Se mettiamo insieme le attività ricordate per il primo
Novecento, emerge un quadro sorprendente.
Si poteva comprare il pane.
La carne.
Gli alimenti.
Il latte.
La frutta.
Si potevano riparare scarpe e attrezzi.
Farsi tagliare i capelli.
Far lavorare il legno.
Incontrarsi al bar.
Andare in chiesa.
Lavorare nei campi.
Montemagno era un piccolo universo.
Poi arrivò l'automobile
L'automobile cambiò tutto.
La distanza da Calci e Pisa si ridusse.
Comprare fuori dal paese divenne facile.
Lavorare altrove divenne normale.
Molte piccole attività non riuscirono più a
sopravvivere.
Il paese divenne più aperto.
Ma contemporaneamente perse una parte della propria
autosufficienza.
È una trasformazione comune a molti borghi italiani.
Il valore dei vicoli
Quello che rimane è però la struttura.
I vicoli non servono soltanto a creare atmosfera.
Sono documenti.
Raccontano un paese progettato per chi camminava.
Per chi portava animali.
Per chi trasportava prodotti con piccoli carri.
Per chi doveva raggiungere rapidamente casa, chiesa e
campagna.
Le dimensioni della strada raccontano le dimensioni
della società che l'ha costruita.
Tre Montemagno
Per raccontare il paese si potrebbero distinguere
idealmente tre Montemagno.
Il Montemagno
medievale.
San Martino.
La fortificazione.
Santa Maria ad Nives.
I rapporti con Pisa.
Il Montemagno
agricolo e produttivo.
Olivi.
Castagni.
Mulini.
Frantoi.
Zambra.
Il Montemagno
comunitario.
Statuti.
Console.
Chiesa.
Botteghe.
Artigiani.
Tre dimensioni che si sovrappongono ancora oggi.
Un itinerario nel borgo
Una visita potrebbe cominciare dalla parte bassa.
Salire lentamente verso il nucleo storico.
Raggiungere Santa Maria ad Nives.
Cercare Villa Alta.
Individuare Piè di Villa.
Scoprire i vecchi toponimi.
Poi uscire verso San Martino.
Da lì guardare verso il Monte Verruca.
Il paese acquista immediatamente un significato
diverso.
Non più soltanto “bel borgo”.
Ma sistema territoriale.
L'itinerario dell'acqua
Un secondo percorso dovrebbe seguire lo
Zambra di Montemagno.
È forse il modo migliore per raccontare l'economia
locale.
Cercare le tracce dei vecchi mulini.
Osservare le pendenze.
Capire come veniva deviata l'acqua.
Individuare gli edifici trasformati.
Raccontare farine e frantoi.
Il torrente diventa così una linea del tempo.
L'itinerario dell'olivo
Un terzo percorso dovrebbe attraversare gli oliveti.
Non soltanto per il panorama.
Bisognerebbe osservare i muri.
I terrazzamenti.
Le dimensioni delle parcelle.
Le vecchie strade.
Gli accessi.
Le piante più antiche.
L'obiettivo sarebbe mostrare che il paesaggio non è
nato spontaneamente.
È stato costruito.
L'itinerario delle chiese
Montemagno permette anche un bellissimo percorso
religioso.
Santa Maria ad Nives.
San Martino.
San Lorenzo al Sasso.
San Rocco.
A poca distanza, Nicosia.
Ogni edificio racconta una fase diversa.
Insediamento medievale.
Comunità parrocchiale.
Monachesimo.
Devozione popolare.
In pochi chilometri si può leggere quasi un millennio
di storia religiosa.
Montemagno e Calci: due valli
C'è infine un aspetto che dovrebbe essere sottolineato
più spesso.
Montemagno non è soltanto “sopra Calci”.
Possiede una propria valle.
Il Comune stesso distingue la
valle di Calci, attraversata
dallo Zambra di Castelmaggiore, dalla
valle di Montemagno, percorsa dallo Zambra omonimo.
Questo spiega la sua forte identità.
La geografia ha favorito la nascita di una comunità
distinta.
La montagna e il mare
Da Montemagno si può costruire idealmente una linea.
Alle spalle:
Monte Pisano.
Davanti:
Pisa.
Più lontano:
il mare.
Il paese vive proprio lungo questa linea.
Dalla montagna riceve acqua, legna, castagne e olivi.
Verso la pianura porta i propri prodotti.
Il panorama che oggi ammiriamo era un tempo una vera
mappa economica.
Il borgo degli olivi
Se dovessimo scegliere un'immagine per Montemagno,
probabilmente sarebbe questa:
un gruppo compatto di case circondato dagli olivi.
Non è soltanto un'immagine turistica.
Racconta la storia.
Le case rappresentano la comunità.
Gli olivi il lavoro.
La montagna le risorse.
Lo Zambra l'energia.
La chiesa l'identità religiosa.
Tutto è concentrato in pochi chilometri quadrati.
Il borgo dell'acqua
Ma c'è una seconda immagine.
La ruota del mulino.
Per secoli l'acqua che scendeva dal Monte Pisano fu
catturata e trasformata in energia.
Permise di macinare grano e castagne.
Permise di lavorare le olive.
Creò lavoro.
Produsse ricchezza.
Sostenne famiglie.
Montemagno era quindi anche un borgo tecnologico.
Una tecnologia antica, certo.
Ma estremamente efficiente.
Il borgo della comunità
La terza immagine è un documento.
Uno statuto.
Il fatto che si conservino numerosi statuti della
comunità tra Cinquecento e primo Settecento racconta una popolazione
capace di organizzarsi e amministrarsi.
È forse l'elemento più importante.
Perché dietro chiese, mulini e oliveti c'erano
persone.
E quelle persone formavano una comunità.
Montemagno non è soltanto un panorama
Oggi è facile arrivare, osservare il panorama,
fotografare gli olivi e ripartire.
Ma così si vede soltanto la superficie.
Bisogna immaginare le ruote dei mulini.
I contadini sui terrazzamenti.
I fabbri.
Il calzolaio.
Le botteghe.
I consiglieri che amministravano il paese.
I bambini portati a battesimo.
Gli animali sulle mulattiere.
Le campane.
Lo Zambra.
Solo allora Montemagno torna a vivere.
Un borgo con più di mille anni di
memoria
Dal documento del 780 alla comunità medievale.
Dalla fortezza alla chiesa.
Dagli statuti ai mulini.
Dai frantoi alle botteghe novecentesche.
Montemagno ha attraversato più di dodici secoli di
storia documentata e tramandata.
Il paese è cambiato continuamente.
Ma ha conservato una caratteristica fondamentale:
la propria riconoscibilità.
Ancora oggi arrivando a Montemagno si ha la sensazione
di entrare in un luogo distinto.
Montemagno: la valle dentro la
Valgraziosa
È forse questa la definizione migliore.
Una valle dentro la
Valgraziosa.
Con il proprio torrente.
Il proprio borgo.
Le proprie chiese.
I propri mulini.
La propria storia amministrativa.
I propri oliveti.
La propria memoria.
E perfino una tradizione papale.
Montemagno non è un'appendice di Calci.
È uno dei luoghi che spiegano perché Calci sia
storicamente un territorio formato da molte comunità.
Il paese costruito dalla montagna
Alla fine tutto torna al Monte Pisano.
La montagna determina il pendio sul quale sorgono le
case.
Fornisce la pietra dei muri.
Raccoglie l'acqua che alimenta lo Zambra.
Permette la crescita dei castagni.
Accoglie gli olivi sui terrazzamenti più bassi.
Offre i sentieri verso la Verruca.
Crea il panorama sulla pianura.
Montemagno è letteralmente un paese costruito dalla
montagna e dagli uomini che hanno imparato a utilizzarne le risorse.
Montemagno, tra pietra, acqua e olio
La storia del borgo può essere riassunta attraverso
tre elementi.
La pietra.
Quella delle case, delle chiese, delle fortificazioni,
dei vicoli e dei muri a secco.
L'acqua.
Quella dello Zambra, capace per secoli di mettere in
movimento mulini e frantoi.
L'olio.
Quello prodotto dagli olivi che ancora oggi ricoprono
le pendici.
Pietra.
Acqua.
Olio.
Tre elementi che raccontano un intero paese.
Montemagno è uno dei
borghi nei quali la storia della Valgraziosa appare più chiaramente
leggibile. Documentato almeno dall'VIII secolo, cresciuto intorno ai
suoi antichi nuclei e alle chiese di San Martino e Santa Maria ad Nives,
il paese sviluppò una forte identità comunitaria, testimoniata anche dai
numerosi statuti conservati dell'età moderna. Lo Zambra fornì per secoli
energia a mulini e frantoi, mentre generazioni di agricoltori
trasformarono i pendii del Monte Pisano in un paesaggio di oliveti
terrazzati. La tradizione che lega Montemagno a papa Eugenio III, i
vicoli ancora riconoscibili, San Lorenzo, le memorie delle botteghe e
degli artigiani e il panorama sulla pianura pisana completano la storia
di un borgo piccolo nelle dimensioni ma straordinariamente ricco di
identità.
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