Noce di Zeri: il borgo
dei pastori sulla via della transumanza
Noce è una delle frazioni storiche del Comune di
Zeri, nell'Alta Lunigiana, e
uno dei primi paesi che si incontrano risalendo le Valli di Zeri da
Pontremoli.
Il borgo si trova lungo l'attuale strada provinciale
che attraversa la vallata e prosegue verso i valichi appenninici al
confine con Liguria ed Emilia.
La storia di Noce è profondamente legata alla
montagna.
Per generazioni gli abitanti hanno vissuto tra
allevamento, castagneti, piccoli appezzamenti coltivati e pascoli. Ma
soprattutto Noce era uno dei punti di partenza della
transumanza verso Formentara,
l'antico insediamento pastorale situato più in alto sulle montagne di
Zeri.
Una vecchia mulattiera, conosciuta come
Trianara, collegava il paese
ai pascoli d'altura.
Nel Novecento questa antica civiltà pastorale venne
sconvolta prima dall'emigrazione e poi dalla Seconda guerra mondiale.
Nell'agosto del 1944 Noce fu infatti investita da un grande
rastrellamento nazifascista e buona parte del vecchio paese venne
distrutta dalle fiamme.
Un paese all'ingresso delle Valli di
Zeri
La posizione di Noce aiuta a comprenderne la storia.
Provenendo da Pontremoli e superando Codolo, Noce
rappresenta uno dei primi nuclei importanti della vallata zerasca.
La strada continua poi verso Patigno, Coloretta,
Castello e gli altri paesi del territorio.
Oggi il collegamento avviene attraverso una normale
strada provinciale, ma per secoli gli spostamenti si svolsero
soprattutto lungo sentieri e mulattiere.
Noce era quindi inserita in una rete di percorsi che
collegava la Val di Magra con le montagne e con i valichi verso Liguria
ed Emilia.
Una comunità rurale
Le origini precise dell'abitato non sono facilmente
documentabili.
La struttura storica di Noce appartiene comunque al
modello insediativo caratteristico di Zeri: piccoli nuclei rurali
distribuiti nel territorio e strettamente legati allo sfruttamento delle
risorse circostanti.
Zeri è infatti un
comune sparso.
Non esiste storicamente un unico paese chiamato Zeri,
ma un insieme di località e borgate unite in uno stesso territorio.
Noce rappresenta una delle comunità storiche di questo
sistema.
Il nome Noce
Il toponimo richiama immediatamente il
noce, albero tradizionalmente
diffuso nelle campagne e vicino alle abitazioni rurali.
Senza una documentazione linguistica specifica non è
però possibile stabilire con certezza se il nome del paese derivi
direttamente dalla presenza di un particolare albero, da una zona
caratterizzata da noci o da un toponimo formatosi in epoca più antica.
È quindi preferibile mantenere prudente
l'interpretazione.
La montagna come risorsa
Per gli abitanti di Noce la montagna non rappresentava
soltanto un ambiente difficile.
Era soprattutto una risorsa.
Boschi, castagneti, prati e pascoli fornivano quasi
tutto ciò che serviva alla comunità.
La vita delle famiglie dipendeva dalla capacità di
utilizzare territori posti a quote differenti durante le diverse
stagioni.
Proprio da questa necessità nacque uno degli aspetti
più caratteristici della storia di Noce: la transumanza.
La transumanza
La transumanza.
consisteva nello spostamento stagionale degli animali tra il paese e i
pascoli montani.
Con l'arrivo della bella stagione, uomini e bestiame
lasciavano le quote più basse e salivano verso gli alpeggi.
In questo modo i prati vicini alle abitazioni potevano
essere utilizzati per produrre il fieno necessario all'inverno, mentre
gli animali sfruttavano l'erba disponibile più in alto.
Non era quindi uno spostamento occasionale.
Era una vera organizzazione stagionale della vita.
Da Noce a Formentara
La transumanza di Noce era strettamente collegata a
Formentara.
Formentara è un antico insediamento pastorale situato
sulle montagne zerasche.
Durante la stagione favorevole intere famiglie o parte
di esse potevano trasferirsi temporaneamente lassù insieme agli animali.
Le cascine offrivano gli spazi necessari per vivere,
ricoverare il bestiame e svolgere le attività pastorali.
Paese e alpeggio costituivano quindi due parti dello
stesso sistema economico.
La Trianara
Noce e Formentara erano collegati dall'antica
mulattiera chiamata Trianara.
Il percorso saliva dal paese verso il crinale del
Monte Rosso. e proseguiva in
direzione dell'alpeggio.
Era una strada costruita per essere percorsa a piedi e
con gli animali.
Su questa via passavano pecore, bovini, pastori e
famiglie, insieme agli strumenti e ai beni necessari per trascorrere
lunghi periodi in montagna.
La Trianara costituisce quindi una delle testimonianze
più significative della cultura pastorale zerasca.
Formentara
Formentara conserva ancora oggi un eccezionale valore
storico e paesaggistico.
È costituita da cascine costruite secondo le tecniche
tradizionali della montagna, con largo utilizzo della pietra e delle
caratteristiche piagne. per le
coperture.
L'insediamento viene fatto risalire almeno all'età
moderna ed era ancora utilizzato dai pastori nel Novecento.
Fino agli anni Cinquanta le famiglie salivano durante
la bella stagione e rimanevano in quota per mesi, ridiscendendo quando
l'arrivo dell'inverno rendeva necessario riportare gli animali verso il
fondovalle.
Una vita divisa tra due paesi
Per alcune famiglie di Noce l'anno era quindi diviso
tra due mondi.
Durante la stagione fredda la vita si concentrava nel
paese.
Con la primavera iniziava invece la preparazione della
salita.
Animali, utensili, alimenti e tutto ciò che poteva
servire dovevano essere trasportati verso Formentara.
La transumanza richiedeva fatica e organizzazione, ma
permetteva di utilizzare in maniera estremamente efficiente le risorse
della montagna.
La Pecora Zerasca
La cultura pastorale di Noce appartiene alla storia
più ampia della Pecora Zerasca,
razza ovina autoctona che costituisce ancora oggi uno dei simboli delle
Valli di Zeri.
La sua rusticità la rende particolarmente adatta ai
pascoli montani.
Per generazioni le pecore hanno fornito carne, latte e
lana, permettendo alle famiglie di utilizzare territori che
difficilmente avrebbero potuto essere destinati ad altre forme di
agricoltura.
L'allevamento non era quindi un'attività secondaria.
Era uno dei pilastri dell'economia locale.
I prati e il fieno
La transumanza permetteva anche di liberare i prati
intorno al paese.
Durante l'estate questi venivano falciati e il fieno
lasciato essiccare.
Una volta raccolto, veniva conservato nei fienili per
alimentare gli animali durante l'inverno.
La quantità di foraggio disponibile determinava quante
bestie una famiglia poteva mantenere.
La fienagione era perciò uno dei momenti più
importanti e faticosi dell'anno agricolo.
Il castagno
Accanto all'allevamento, anche a Noce il
castagno. ebbe un ruolo
fondamentale.
I castagneti erano veri spazi agricoli.
Il terreno veniva mantenuto pulito, gli alberi curati
e le castagne raccolte sistematicamente.
Una parte veniva consumata direttamente; un'altra
poteva essere essiccata e trasformata in farina.
In una montagna dove il frumento non era sempre
sufficiente, la farina di castagne costituiva una preziosa riserva
alimentare.
Case, stalle e fienili
Il vecchio abitato di Noce era profondamente diverso
da quello che possiamo osservare oggi.
Le testimonianze locali ricordano un paese
caratterizzato da case in pietra, archi
e passaggi voltati.
Le abitazioni erano strettamente collegate
all'attività agricola.
Ai piani inferiori potevano trovarsi stalle e
depositi; sopra si sviluppavano gli ambienti destinati alla famiglia e
gli spazi per conservare il fieno e i prodotti della campagna.
Architettura e lavoro erano quindi inseparabili.
Gli oratori di Noce
Un elemento particolarmente interessante della storia
del paese è la presenza di diversi piccoli
oratori.
La documentazione archivistica relativa alla
Parrocchia di San Lorenzo di Patigno ricorda a Noce tre edifici
religiosi: l'Oratorio di Santa Maria e
San Carlo, risalente al XVII secolo; l'Oratorio del
Nome di Maria e dello Spirito Santo,
eretto nel 1742 a spese della popolazione; e l'Oratorio di
San Rocco, costruito nel 1600.
Questa concentrazione di piccoli luoghi di culto
testimonia la forte devozione della comunità.
Santa Maria e San Carlo
L'oratorio dedicato a
Santa Maria e San Carlo. risale almeno al Seicento.
Le fonti locali ricordano che uno dei piccoli edifici
religiosi di Noce ebbe in passato carattere privato.
All'interno è conservata una particolare immagine
mariana, tradizionalmente descritta come una
Madonna Nera.
La presenza di una devozione mariana locale
costituisce un elemento interessante della cultura religiosa del paese.
L'Oratorio dello Spirito Santo
Particolarmente curioso è l'Oratorio
dello Spirito Santo, situato nel nucleo di Canale.
La documentazione ecclesiastica ne colloca la
fondazione nel 1742,
specificando che fu costruito a spese della popolazione.
Le pareti esterne conservano una caratteristica
davvero singolare.
Su numerose pietre sono incisi nomi e parole, alcune
delle quali in dialetto locale.
La tradizione interpreta queste iscrizioni come i nomi
delle persone che contribuirono alla costruzione dell'edificio.
Una chiesa costruita dalla comunità
Se questa interpretazione è corretta, le pietre
dell'oratorio diventano quasi un registro scolpito della comunità
settecentesca.
Invece di lasciare il proprio nome su un documento,
gli abitanti lo avrebbero inciso direttamente nella muratura.
L'edificio religioso assumerebbe così un doppio
significato.
Da una parte luogo di culto; dall'altra testimonianza
concreta di un'opera realizzata collettivamente.
È un elemento particolarmente coerente con la forte
tradizione comunitaria delle valli zerasche.
San Rocco
La documentazione archivistica ricorda inoltre un
Oratorio di San Rocco, eretto
nel 1600.
La dedicazione è significativa.
San Rocco era uno dei santi maggiormente invocati
contro le epidemie e la peste.
Il suo culto conobbe una straordinaria diffusione tra
tardo Medioevo ed età moderna.
La presenza di un oratorio a lui dedicato inserisce
Noce in una tradizione religiosa molto diffusa nei piccoli paesi della
Lunigiana.
La vecchia San Lorenzo
La storia religiosa di Noce è legata anche all'antica
Chiesa di San Lorenzo di Zeri.
Secondo la documentazione archivistica, la vecchia
parrocchiale si trovava probabilmente tra i nuclei di
Noce e Patigno, in una
località oggi conosciuta come Lagaccio.
La chiesa, insieme al campanile e alla canonica, venne
distrutta da una frana nel XVII secolo.
La nuova San Lorenzo fu poi costruita a Patigno a
partire dal 1734.
Una geografia religiosa antica
Questo dato è particolarmente interessante perché
mostra come il baricentro religioso della vallata sia cambiato nel corso
del tempo.
Prima della costruzione della nuova parrocchiale di
Patigno, l'antica San Lorenzo si trovava in una posizione intermedia
rispetto ai nuclei circostanti.
Gli oratori locali permettevano invece alle singole
comunità, come Noce, di disporre di luoghi di culto più facilmente
raggiungibili.
La geografia religiosa rispecchiava quindi
perfettamente la struttura sparsa degli insediamenti di Zeri.
Le strade della montagna
Noce non era isolata.
La Trianara verso Formentara faceva parte di una rete
molto più ampia di percorsi montani.
Proseguendo verso i crinali si potevano raggiungere i
valichi che mettevano in comunicazione la Lunigiana con la
Liguria e il Parmense.
Merci, animali e persone attraversavano queste
montagne ben prima della costruzione delle strade moderne.
Il paesaggio di Zeri era quindi percorso da una fitta
rete di collegamenti oggi in parte trasformati in itinerari
escursionistici.
Una cultura di confine
La posizione geografica spiega anche la particolare
identità culturale di Noce.
Siamo amministrativamente in Toscana, ma Liguria ed
Emilia sono vicinissime.
Per secoli pastori, mercanti, lavoratori stagionali e
famiglie attraversarono continuamente questi confini.
Le parlate, le tradizioni gastronomiche e le pratiche
pastorali mostrano quindi influenze provenienti da territori diversi.
Zeri rappresenta uno degli esempi più evidenti di
cultura appenninica di confine.
Il Novecento
All'inizio del Novecento Noce conservava ancora gran
parte della propria struttura rurale.
Le famiglie vivevano soprattutto di allevamento, bosco
e agricoltura.
La transumanza verso Formentara continuava a scandire
l'anno.
Ma nel giro di pochi decenni questo mondo sarebbe
cambiato profondamente.
La guerra rappresentò la prima grande frattura.
La Resistenza
Dopo l'8 settembre 1943 le montagne di Zeri divennero
un'importante zona della Resistenza.
La vicinanza con la Val di Vara, il Parmense e
Pontremoli rendeva possibile il movimento delle formazioni attraverso
diversi versanti.
Boschi e mulattiere offrivano riparo, mentre la
popolazione civile si trovò inevitabilmente coinvolta nella guerra.
Noce, posta su una delle principali vie d'accesso alla
vallata, assunse un'importanza particolare.
Le prime azioni del 1944
Già nei primi mesi del
1944. la zona di Noce compare
nella cronologia della Resistenza spezzina e lunigianese.
Le ricostruzioni storiche ricordano azioni condotte
nell'area da gruppi partigiani collegati alle formazioni attive tra
Zeri, la Val di Vara e la Lunigiana.
Era il segnale che la vallata stava rapidamente
diventando un territorio di guerra.
Durante l'estate la situazione sarebbe precipitata.
Il rastrellamento del 3 agosto 1944
Il 3 agosto 1944.
ebbe inizio una vasta operazione nazifascista contro le formazioni
partigiane presenti sulle montagne tra Zeri e la Val di Vara.
Noce fu uno dei primi punti nei quali le forze
attaccanti incontrarono resistenza.
Nella zona operava un piccolo distaccamento della
formazione garibaldina “Vanni”,
comandato da Primo Battistini “Tullio”.
La sproporzione delle forze costrinse però rapidamente
i partigiani a disperdersi e ripiegare.
Eraldo Bernabò “Gin II”
A Noce è legata anche la memoria del giovane
partigiano Eraldo Bernabò,
nome di battaglia “Gin II”.
Era nato ad Arcola, nello Spezzino, il 23 febbraio
1926.
Aveva quindi soltanto diciotto anni.
Il 3 agosto 1944,
durante le operazioni che investirono le montagne zerasche, venne
colpito mortalmente dal fuoco nazifascista.
Il luogo della sua morte è ancora oggi segnato da un
cippo commemorativo.
Il cippo di Noce
Il cippo a Bernabò.
si trova lungo via Valli di Zeri, nei pressi di Noce.
L'iscrizione ricorda il giovane partigiano caduto il 3
agosto 1944 sulle montagne zerasche.
Il monumento si trova nel luogo stesso al quale si
riferiscono i fatti.
È una presenza semplice ma particolarmente
significativa.
Nel paesaggio apparentemente tranquillo della montagna
rimane così un segno concreto della guerra combattuta nel 1944.
Il paese incendiato
Le conseguenze del rastrellamento furono devastanti
anche per la popolazione civile.
Le testimonianze locali ricordano che
quasi tutto il paese di Noce venne dato
alle fiamme.
Case, stalle e beni accumulati nel corso di
generazioni andarono distrutti.
Per una comunità rurale la perdita di un'abitazione
significava molto più della distruzione di un edificio.
Nella casa erano conservati alimenti, strumenti,
fieno, vestiti e tutto ciò che permetteva alla famiglia di sopravvivere.
Noce tra i villaggi devastati
La memoria pubblica di Zeri conserva chiaramente
questo episodio.
La lapide dedicata alle stragi del territorio ricorda
che tra il 3 e il 4 agosto 1944.
e durante i successivi rastrellamenti dell'inverno furono saccheggiati e
devastati diversi paesi.
Tra questi compare espressamente
Noce, insieme a Patigno,
Coloretta, Bergugliara, Adelano, Chiesa di Rossano e Castello.
La stessa lapide ricorda complessivamente 35 cittadini
uccisi e oltre 200 case distrutte nel territorio zerasco.
Un borgo ricostruito
La distruzione del 1944 spiega perché Noce presenti
oggi un aspetto in parte differente rispetto ad altri nuclei storici di
Zeri.
Prima della guerra il borgo era caratterizzato in
maniera molto più evidente da archi in
pietra e passaggi voltati.
Gli incendi e le successive ricostruzioni modificarono
profondamente l'abitato.
La forma contemporanea del paese è quindi anche il
risultato della guerra.
Dietro molte case ricostruite si nasconde la memoria
di edifici precedenti scomparsi nell'estate del 1944.
L'inverno 1944-1945
La violenza non terminò con il rastrellamento estivo.
Tra il 20 e il 25
gennaio 1945. il territorio di Zeri venne nuovamente investito
da operazioni militari.
Le comunità della montagna attraversarono così uno
degli inverni più difficili della loro storia recente.
Freddo, scarsità di alimenti, distruzioni e presenza
militare si sommarono alle normali difficoltà della vita in quota.
Il dopoguerra
Terminata la guerra, gli abitanti dovettero
ricostruire case e attività.
Ma proprio negli anni successivi iniziò un'altra
grande trasformazione.
L'economia pastorale e agricola tradizionale diventava
sempre meno competitiva rispetto al lavoro offerto dalle città e dalle
zone industriali.
Molte famiglie lasciarono progressivamente il paese.
La fine della transumanza
tradizionale
Anche la transumanza verso Formentara diminuì.
Fino agli anni
Cinquanta. l'alpeggio continuò a essere utilizzato
stagionalmente.
Poi il progressivo abbandono dell'allevamento
tradizionale e lo spopolamento portarono alla fine dell'antico sistema.
Formentara rimase senza abitanti stabili e le vecchie
cascine diventarono testimonianze di un mondo scomparso.
La Trianara perse così la propria funzione economica
quotidiana.
Una strada che torna a vivere
Negli ultimi anni l'antica mulattiera è stata
recuperata come percorso
escursionistico.
Camminare da Noce verso Formentara permette quindi di
seguire lo stesso itinerario utilizzato per generazioni dai pastori.
Il significato del percorso è cambiato.
Un tempo era una strada di lavoro e necessità.
Oggi è soprattutto un itinerario attraverso il quale
conoscere il paesaggio e la storia della montagna zerasca.
Il paesaggio
Intorno a Noce dominano boschi, castagneti e prati.
Salendo verso le quote superiori il paesaggio si apre
progressivamente verso i crinali.
Da qui le montagne conducono al Monte Rosso, a
Formentara e verso le zone più elevate del territorio di Zeri.
Il rapporto tra fondovalle e alpeggio è ancora
leggibile.
Anche se gli animali non percorrono più la Trianara
con la frequenza di un tempo, la strada continua a raccontare perché il
paese nacque e come i suoi abitanti utilizzavano la montagna.
Un borgo da scoprire
Noce di Zeri è un luogo nel quale la storia non si
concentra attorno a un grande castello o a un palazzo signorile.
È una storia fatta soprattutto di
pastori, mulattiere, oratori e memoria.
La Trianara racconta la transumanza verso
Formentara, quando famiglie e
animali lasciavano il paese per trascorrere mesi sui pascoli d'altura.
Gli oratori di Santa
Maria e San Carlo, dello
Spirito Santo. e di San Rocco.
testimoniano invece la devozione di una comunità rurale distribuita tra
piccoli nuclei.
Le case ricostruite ricordano una pagina molto più
drammatica.
Il 3 agosto 1944.
la guerra raggiunse direttamente Noce: i partigiani tentarono di opporsi
al rastrellamento, il diciottenne
Eraldo Bernabò “Gin II”. perse la vita e gran parte del paese
venne incendiata.
Per questo visitare Noce significa leggere due storie
che appartengono allo stesso paesaggio.
La prima è quella secolare della
civiltà pastorale zerasca,
costruita seguendo le stagioni e spostando gli animali tra paese e
montagna.
La seconda è quella della
Resistenza, quando gli stessi
sentieri e gli stessi crinali divennero vie di combattimento e di fuga.
Oggi la vecchia Trianara permette di ricongiungere
queste memorie: partendo dalle case di Noce e salendo verso Formentara,
si attraversa uno dei paesaggi che meglio raccontano la storia e
l'identità delle Valli di Zeri. |