La Rotta: storia,
cultura e tradizioni
Il paese dei mattonai lungo l’Arno
La Rotta è una frazione del Comune di Pontedera
situata pochi chilometri a est della città, lungo la riva sinistra
dell’Arno e sull’antica direttrice che collega il Valdarno con
Pontedera.
La storia del paese è profondamente legata al fiume.
L’Arno ha modellato il territorio, depositato le
argille utilizzate nelle fornaci, favorito i trasporti e, nello stesso
tempo, rappresentato per secoli una presenza difficile da controllare a
causa delle piene e delle trasformazioni del suo corso.
Da questo rapporto è nata una comunità con un’identità
molto precisa.
Per generazioni La Rotta è stata infatti conosciuta
come il paese dei fornaciai e dei
mattonai.
La sua storia può essere raccontata attraverso quattro
elementi: acqua, terra, fuoco e lavoro.
Una storia che comincia molto prima
del paese
Il territorio di La Rotta conserva testimonianze di
frequentazione umana estremamente antiche.
Le ricerche archeologiche nel territorio pontederese
hanno individuato proprio nella zona di La Rotta tracce riferibili al
Paleolitico inferiore, quando il paesaggio della Valdera era
profondamente diverso da quello contemporaneo.
Circa mezzo milione di anni fa la zona si trovava in
prossimità di un vasto ambiente lagunare e fluviale.
La posizione leggermente rialzata rispetto alle acque
offriva condizioni favorevoli alla frequentazione umana.
La storia del territorio comincia quindi molto prima
della nascita del borgo moderno.
L’Arno
Il vero protagonista della storia di La Rotta è però
l’Arno.
Il paese sorge in un punto nel quale il rapporto tra
fiume e pianura è sempre stato particolarmente stretto.
Le piene depositavano sabbie, limo e argilla.
Le acque modificavano gli argini.
Il fiume costituiva contemporaneamente una via di
comunicazione e una minaccia.
È difficile comprendere La Rotta senza immaginare
questo rapporto quotidiano con l’acqua.
Per secoli l’Arno non è stato semplicemente un
elemento del paesaggio.
È stato parte della vita economica del paese.
Da dove viene il nome “La Rotta”?
L’origine del toponimo non è completamente certa.
L’interpretazione generalmente ritenuta più plausibile
collega il nome a una rottura
dell’argine dell’Arno o comunque a un’antica trasformazione del
corso del fiume.
Esiste anche una tradizione popolare secondo la quale
il nome sarebbe derivato dalla “rotta” di un esercito pisano o
fiorentino durante uno degli scontri medievali avvenuti nella zona.
Non esistono però elementi sufficienti per considerare
quest’ultima spiegazione come un fatto storico accertato.
Il legame con il fiume rimane l’ipotesi più coerente
con la geografia e con la storia locale.
Un nome molto antico
La denominazione possiede comunque radici lontane.
Fonti storiche ottocentesche ricordano attestazioni
già nei primi decenni del IX secolo relative a beni situati
“Transrotta”, cioè oltre la
Rotta.
Il toponimo è quindi molto più antico dello sviluppo
industriale che avrebbe reso celebre il paese.
Prima ancora delle fornaci esisteva già un territorio
identificato attraverso il proprio rapporto con il fiume.
Tra pianura e collina
La posizione di La Rotta è particolare.
Alle sue spalle iniziano i rilievi che conducono verso
Montecastello e l’interno della Valdera.
Davanti si apre invece la pianura dell’Arno.
Questa collocazione ha favorito per secoli il
passaggio di persone e merci.
Il paese si trova inoltre lungo una direttrice
naturale tra Pontedera e il Valdarno.
La sua crescita è quindi legata non soltanto al fiume,
ma anche alle vie terrestri.
Il Medioevo
Durante il Medioevo il territorio si trovava in una
zona politicamente e militarmente delicata.
Pontedera e le località circostanti furono coinvolte
nelle lunghe contese tra Pisa, Lucca e Firenze.
La vicinanza di Montecastello e la posizione lungo
l’Arno attribuivano alla zona una certa importanza strategica.
Tra Trecento e Quattrocento l’intera area fu più volte
interessata dalle guerre che coinvolsero Pisa e Firenze.
Alla fine del Medioevo, come Pontedera, anche il
territorio di La Rotta entrò stabilmente nell’orbita fiorentina.
Un paese che cresce lungo la strada
La Rotta non possiede la forma compatta di un borgo
medievale fortificato.
Il paese si sviluppò soprattutto lungo le vie di
comunicazione e vicino alle attività produttive.
Questo carattere lineare è ancora oggi facilmente
riconoscibile.
Case, attività e spazi comunitari si dispongono lungo
l’asse principale, mentre verso l’Arno si trovavano le fornaci e gli
ambienti legati alla lavorazione dell’argilla.
La forma stessa del paese racconta quindi la sua
storia economica.
San Matteo
Il principale edificio religioso del paese è la
Parrocchia di San Matteo in La Rotta.
La nascita del luogo di culto è strettamente collegata
alla crescita della comunità.
Alla fine del Seicento gli abitanti sentirono infatti
la necessità di possedere un proprio spazio religioso.
Nel 1699
venne costruita una cappella dedicata a San Matteo, primo nucleo della
successiva chiesa parrocchiale.
La storia della chiesa accompagna quindi quella della
progressiva formazione di una comunità stabile.
Dalla cappella alla parrocchia
La presenza di un luogo di culto autonomo contribuì a
rafforzare l’identità di La Rotta.
La chiesa divenne non soltanto spazio religioso, ma
anche punto di riferimento della vita collettiva.
Attorno a essa si consolidò uno dei nuclei centrali
del paese.
Nel corso dei secoli l’edificio venne ampliato e
trasformato per adattarsi alla crescita della popolazione.
La Rotta non era più soltanto una località rurale
disseminata lungo l’Arno.
Stava diventando un vero paese.
L’argilla dell’Arno
La risorsa che avrebbe cambiato definitivamente La
Rotta si trovava praticamente sotto i piedi dei suoi abitanti.
Le piene dell’Arno depositavano infatti grandi
quantità di materiali argillosi.
Questa materia poteva essere estratta, lavorata,
modellata e cotta.
Nascevano così mattoni, tegole, embrici e altri
laterizi.
La combinazione era ideale.
C’era l’argilla.
C’era l’acqua necessaria alla lavorazione.
C’era il fiume per il trasporto.
E nei territori circostanti si poteva procurare la
legna necessaria ad alimentare i forni.
Le prime fornaci
La lavorazione dei laterizi nella zona ha origini
molto antiche.
Le fonti turistiche territoriali fanno risalire le
testimonianze della produzione almeno all’XI
secolo.
Nei secoli successivi l’attività continuò a
svilupparsi.
Le fornaci erano inizialmente strutture relativamente
semplici, nelle quali la produzione dipendeva fortemente dalle stagioni
e dal lavoro manuale.
Con il tempo, però, il mestiere divenne sempre più
importante.
Terra, acqua e fuoco
Il mattone nasceva dall’incontro di tre elementi.
La terra
forniva l’argilla.
L’acqua
permetteva di lavorarla.
Il fuoco
trasformava definitivamente il materiale.
A questi tre elementi se ne aggiungeva un quarto: il
lavoro umano.
Estrarre l’argilla.
Impastarla.
Darle forma.
Lasciare asciugare i pezzi.
Trasportarli.
Disporli nel forno.
Cuocerli.
Scaricarli.
Ogni fase richiedeva esperienza e fatica.
Il mestiere del mattonaio
Fare il mattonaio significava possedere un sapere
pratico tramandato attraverso le generazioni.
Occorreva conoscere l’argilla.
Capire quanta acqua utilizzare.
Saper riempire correttamente le forme.
Valutare l’essiccazione.
Disporre i mattoni in modo che il calore potesse
circolare durante la cottura.
Un errore poteva compromettere il lavoro di giorni.
Il mestiere non era quindi soltanto forza fisica.
Era anche conoscenza.
L’Ottocento: il secolo delle fornaci
Nell’Ottocento La Rotta divenne uno dei principali
centri della produzione di laterizi della zona.
Nel 1841
Emanuele Repetti descriveva lungo l’Arno, soprattutto presso La Rotta,
almeno quattordici fornaci.
Secondo i dati riportati nella sua descrizione, esse
davano lavoro direttamente a centinaia di persone tra fornaciai,
vetturali, tagliaboschi e altri lavoratori.
Per un paese relativamente piccolo si trattava di
un’attività enorme.
La Rotta e il mattone erano ormai inseparabili.
Un prodotto che viaggiava lontano
I laterizi prodotti nel paese non venivano utilizzati
soltanto nella zona di Pontedera.
I mattoni potevano essere caricati sulle imbarcazioni
e trasportati lungo l’Arno.
Da qui raggiungevano anche Livorno.
Una fonte della metà dell’Ottocento ricordava
esplicitamente i mattoni di La Rotta trasportati per acqua fino al porto
livornese, da dove potevano essere imbarcati verso destinazioni più
lontane.
Il fiume diventava così parte della catena produttiva.
Prima forniva l’argilla.
Poi trasportava il prodotto finito.
Barche e navicelli
L’Arno era allora molto più intensamente utilizzato
come via commerciale.
Navicelli e altre imbarcazioni trasportavano merci tra
Firenze, Pontedera, Pisa e Livorno.
I laterizi di La Rotta si inserivano in questo
traffico.
Lungo le rive si vedevano lavoratori, barche, depositi
e fornaci.
Il paesaggio fluviale dell’Ottocento doveva quindi
essere molto diverso da quello attuale.
Era un luogo di lavoro continuo.
La ferrovia
Nel 1847
venne aperto il tratto della ferrovia Leopolda tra Pontedera ed Empoli.
La linea passava da La Rotta e il paese ebbe una
propria stazione.
L’arrivo della ferrovia modificò profondamente la
mobilità.
Il fiume non era più l’unico grande asse per il
trasporto delle merci e delle persone.
Per gli abitanti di La Rotta la stazione avrebbe avuto
anche un altro significato.
Da lì sarebbero partiti molti mattonai diretti verso
altre regioni.
I mattonai migranti
La produzione dei laterizi aveva infatti un carattere
fortemente stagionale.
Durante alcuni periodi dell’anno non c’era lavoro
sufficiente per tutti.
Molti uomini di La Rotta cominciarono così a partire.
Piemonte e Lombardia furono tra le principali
destinazioni.
Altri raggiunsero regioni e paesi ancora più lontani.
Portavano con sé un mestiere che conoscevano fin
dall’infanzia.
La Rotta diventò così anche un paese di migrazione
professionale.
Partire in primavera
Per molte famiglie la primavera significava
separazione.
Gruppi di fornaciai lasciavano il paese per
raggiungere le fornaci dell’Italia settentrionale.
Il lavoro poteva durare per tutta la stagione.
Le giornate erano lunghissime e le condizioni spesso
durissime.
Le fonti ricordano turni che potevano raggiungere
anche le sedici ore.
Poi, terminata la stagione, molti lavoratori tornavano
a casa.
Il viaggio si ripeteva l’anno successivo.
Un mestiere che viaggiava
Questa migrazione possiede una caratteristica
particolare.
I rottigiani non partivano semplicemente in cerca di
un lavoro qualsiasi.
Partivano portando con sé una competenza.
Sapevano fare mattoni.
Conoscevano i forni.
Conoscevano i tempi di essiccazione e di cottura.
Il loro sapere professionale era richiesto altrove.
In questo modo il nome di La Rotta finì per essere
conosciuto anche molto lontano dalla Valdera.
Una lingua di viaggio
Le partenze stagionali produssero anche conseguenze
culturali.
Chi trascorreva mesi in Piemonte, Lombardia, Francia o
in altre regioni tornava con parole, espressioni ed esperienze nuove.
Il linguaggio locale assorbiva vocaboli incontrati
durante i viaggi.
La cultura del paese non era quindi chiusa.
Era quella di una comunità fortemente radicata nel
proprio territorio ma abituata a partire e ritornare.
La rivoluzione del forno Hoffmann
Un cambiamento fondamentale avvenne nel
1872.
Francesco Capecchi installò a La Rotta una delle prime
fornaci locali dotate di forno Hoffmann
a fuoco continuo.
Era una vera rivoluzione tecnologica.
Nei vecchi sistemi il forno doveva attraversare cicli
separati di carico, cottura, raffreddamento e scarico.
Nel sistema Hoffmann il fuoco poteva invece spostarsi
progressivamente attraverso differenti camere.
La produzione diventava continua e molto più
efficiente.
Dall’artigianato all’industria
L’introduzione del forno Hoffmann segnò il passaggio
verso una produzione sempre più industriale.
Macchine e nuovi sistemi di cottura permettevano di
aumentare enormemente il numero dei laterizi prodotti.
Le fornaci diventavano stabilimenti.
Il lavoro rimaneva faticoso, ma l’organizzazione era
ormai quella di una vera industria.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento La
Rotta visse così il periodo di massimo sviluppo della propria economia
tradizionale.
Le Fornaci Braccini
All’inizio del Novecento un ruolo particolarmente
importante venne assunto dalla famiglia Braccini.
Nel 1907
nacque lo stabilimento Fratelli
Braccini fu Antonio, costruito nel luogo dove esisteva già una
precedente fornace ottocentesca.
Il complesso era dotato di forno Hoffmann e di sistemi
di lavorazione meccanizzata.
In pochi anni diventò una delle maggiori realtà
produttive del territorio pontederese.
Centinaia di lavoratori
Lo stabilimento occupava inizialmente circa 220
persone.
Nel 1912 i
lavoratori erano arrivati a circa 280.
La produzione raggiungeva diversi milioni di pezzi
all’anno.
Numeri che mostrano chiaramente l’importanza
dell’industria laterizia per il paese.
Quasi ogni famiglia aveva un legame diretto o
indiretto con la fornace.
C’era chi lavorava all’argilla.
Chi alimentava i forni.
Chi trasportava i materiali.
Chi tagliava la legna.
Chi guidava carri e mezzi.
Donne e bambini
La storia delle fornaci non deve però essere
idealizzata.
Il lavoro era estremamente duro.
In differenti fasi della produzione erano coinvolte
anche donne e, soprattutto in epoche nelle quali la legislazione sul
lavoro era molto più debole, bambini e adolescenti.
Il mattone che usciva perfettamente cotto dal forno
era il risultato di una lunga catena di fatica.
Ricordare la civiltà dei mattonai significa quindi
ricordare anche le difficili condizioni sociali del lavoro industriale
tra Ottocento e Novecento.
Il fuoco continuo
Il forno Hoffmann lavorava secondo un principio
ingegnoso.
I laterizi venivano sistemati in grandi camere
comunicanti.
Il fuoco avanzava progressivamente da una camera alla
successiva.
Mentre in una zona i mattoni cuocevano, in un’altra si
riscaldavano e in un’altra ancora si raffreddavano.
Il processo poteva continuare senza spegnere
completamente il forno.
Da qui l’espressione
“fuoco continuo”.
Era il cuore della grande fornace.
Il paese e la fornace
Per decenni i ritmi della fornace influenzarono quelli
del paese.
Turni di lavoro.
Partenze.
Ritorni.
Rumore dei macchinari.
Fumo.
Carri e camion.
Il paesaggio industriale era parte della quotidianità.
La Rotta non era semplicemente un paese con alcune
fornaci.
Era una comunità costruita intorno alla cultura del
laterizio.
La Seconda guerra mondiale
La guerra investì duramente l’intero territorio
pontederese.
La presenza della ferrovia, delle industrie e delle
vie di comunicazione rendeva la zona strategicamente importante.
Tra il 18 e il 21
gennaio 1944 Pontedera subì pesanti bombardamenti che
provocarono oltre 130 vittime.
Alla fine della guerra il territorio comunale avrebbe
contato centinaia di morti e più della metà delle abitazioni della città
risultava distrutta o danneggiata.
Anche le frazioni vissero gli anni del conflitto tra
bombardamenti, sfollamenti, paura e passaggio del fronte.
Il dopoguerra
Dopo la guerra la produzione riprese.
Ma il mondo stava cambiando.
Nuove tecnologie.
Nuovi materiali.
Trasporti su gomma.
Crescita delle grandi industrie.
Il sistema tradizionale delle fornaci locali diventava
sempre più difficile da mantenere.
La Rotta continuò per alcuni decenni a essere il paese
dei mattonai, ma la fine di quella civiltà si avvicinava.
La chiusura delle fornaci
Durante la seconda metà del Novecento le grandi
fornaci cessarono progressivamente l’attività.
Con la loro chiusura scomparve un sistema economico
che aveva organizzato la vita del paese per generazioni.
Per La Rotta fu una trasformazione profonda.
Non si perdeva soltanto un luogo di lavoro.
Si perdeva una parte fondamentale dell’identità
quotidiana.
Restavano però gli edifici, i forni, gli strumenti e
soprattutto la memoria dei lavoratori.
Salvare la memoria
Proprio dalla volontà di non dimenticare nacque l’idea
di recuperare una parte dell’antico patrimonio industriale.
L’ex Fornace Braccini fu trasformata in uno spazio
dedicato alla storia del lavoro.
Il grande forno Hoffmann non venne demolito.
Divenne invece il cuore di un percorso di archeologia
industriale.
Una struttura nata per produrre mattoni cominciava
così a produrre memoria.
Il Museo dei Mattonai
Oggi uno dei luoghi più significativi di La Rotta è il
Museo dei Mattonai.
Il museo conserva fotografie, strumenti di lavoro e
differenti tipi di laterizi.
Ma il vero oggetto esposto è in qualche modo
l’edificio stesso.
Entrare nell’antica fornace significa comprendere
fisicamente le dimensioni e l’organizzazione di quel lavoro.
Non è soltanto una raccolta di oggetti.
È un luogo nel quale la memoria operaia rimane legata
allo spazio originale.
Il Parco Fluviale
L'area dell'antica fornace è oggi inserita nel Parco
Fluviale di La Rotta.
Il recupero ha restituito alla comunità un territorio
che per decenni era stato legato alla produzione industriale.
Percorsi ciclopedonali, aree verdi e spazi dedicati
alla memoria del lavoro permettono oggi di vivere diversamente la riva
dell'Arno.
È una trasformazione molto significativa.
Il fiume che aveva creato l’argilla torna a essere
protagonista dopo la fine delle fornaci.
Il monumento ai caduti del lavoro
Nel parco si trova anche il
Monumento agli invalidi e ai caduti del
lavoro, realizzato da Gennaro Strazzullo nel 2009.
L’opera è dedicata soprattutto alla memoria dei
mattonai e dei lavoratori che hanno trascorso la propria vita nelle
fornaci.
È un monumento importante perché racconta una forma di
memoria spesso meno visibile di quella militare o politica.
La memoria del lavoro.
Della fatica.
Degli incidenti.
Delle vite costruite intorno alla fabbrica.
Il ritorno all’Arno
Per molto tempo il rapporto quotidiano con il fiume si
era indebolito.
Le trasformazioni economiche, l’inquinamento e la fine
delle attività tradizionali avevano progressivamente allontanato gli
abitanti dalle rive.
Negli ultimi decenni il recupero del Parco Fluviale ha
cercato di invertire questa tendenza.
Percorsi, iniziative e navigazione turistica hanno
riportato l’Arno al centro dell’attenzione.
È quasi un ritorno alle origini.
Il battello sull’Arno
Il collegamento fluviale turistico tra Pontedera e La
Rotta ha contribuito a riscoprire il fiume come spazio da vivere.
L’arrivo presso il Parco Fluviale permette di
osservare La Rotta dalla prospettiva che per secoli fu la più
importante: quella dell’acqua.
Non più barche cariche di mattoni dirette verso Pisa e
Livorno.
Ma visitatori che riscoprono un paesaggio fluviale
dimenticato.
Il significato è però simile.
L’Arno torna a essere una strada.
La Fiera dei Fischi e delle
Campanelle
Una delle tradizioni più caratteristiche del paese è
la Fiera dei Fischi e delle Campanelle,
legata direttamente alla civiltà dei mattonai.
Durante le pause di lavoro, gli scarti dell’argilla
potevano essere utilizzati per creare piccoli oggetti.
Fischietti.
Campanelle.
Giocattoli semplici destinati soprattutto ai bambini.
Da questo gesto quotidiano nacque una tradizione che
ha superato la fine delle fornaci.
La fiera, che si svolge nel mese di settembre,
conserva ancora oggi la memoria di quel mondo.
Quando lo scarto diventava un regalo
Il significato della tradizione è particolarmente
bello.
L’argilla destinata alla produzione industriale
diventava per qualche momento qualcosa di completamente diverso.
Non più mattone.
Non più tegola.
Ma gioco.
Un mattonaio prendeva un piccolo pezzo di terra e lo
trasformava in un fischio o in una campanella per un bambino.
Era un oggetto poverissimo.
Ma proprio per questo possedeva un forte valore
affettivo.
Una memoria tramandata
La fiera permette oggi di raccontare alle nuove
generazioni un mestiere che quasi nessuno pratica più.
Un bambino contemporaneo difficilmente può immaginare
cosa significasse trascorrere una giornata in una fornace.
Il fischio e la campanella diventano quindi piccoli
strumenti di memoria.
Dietro l’oggetto c’è l’argilla.
Dietro l’argilla c’è l’Arno.
Dietro l’Arno c’è la storia del paese.
Il paesaggio delle cave
L’attività laterizia non modificò soltanto la società.
Modificò anche il territorio.
Per produrre milioni di mattoni era necessario
estrarre enormi quantità di argilla.
Le cave lasciarono depressioni e bacini.
Con la fine delle attività industriali, alcuni di
questi spazi vennero progressivamente occupati dall’acqua.
Il paesaggio contemporaneo conserva quindi anche le
conseguenze fisiche della produzione.
Dal lavoro alla natura
Questo processo è particolarmente interessante.
Un luogo scavato per estrarre materia prima può
trasformarsi, dopo la fine dell’attività, in uno spazio naturale o
ricreativo.
La Rotta mostra così differenti strati della propria
storia nello stesso paesaggio.
Prima il deposito naturale dell’Arno.
Poi la cava.
Poi la fornace.
Infine il parco e gli specchi d’acqua.
La natura e il lavoro continuano a sovrapporsi.
La Rotta e Pontedera
Oggi La Rotta è strettamente collegata a Pontedera.
La vicinanza alla città ha modificato profondamente il
carattere economico della frazione.
Molti residenti lavorano fuori dal paese e gli antichi
mestieri legati alle fornaci sono scomparsi.
Ma La Rotta conserva una propria identità molto
riconoscibile.
Il termine rottigiani
continua a indicare gli abitanti e richiama un senso di appartenenza
costruito attraverso secoli di storia comune.
La Rotta oggi
La Rotta contemporanea è quindi molto diversa dal
paese descritto dalle fonti dell’Ottocento.
Non ci sono più quattordici fornaci attive lungo
l’Arno.
Non partono più squadre di mattonai dirette in
Piemonte per la stagione.
Le barche non trasportano più carichi di laterizi
verso Livorno.
Eppure le tracce di quel mondo sono ancora
perfettamente leggibili.
Nella fornace recuperata.
Nel Museo dei Mattonai.
Nel parco.
Nella fiera.
Nei racconti delle famiglie.
Un patrimonio di archeologia
industriale
La Rotta dimostra che il patrimonio storico non è
costituito soltanto da castelli, chiese e palazzi.
Anche una fornace può essere un monumento.
Un forno industriale racconta tecnologie, rapporti
sociali, migrazioni, condizioni di lavoro e trasformazioni economiche.
Conservare questi luoghi significa quindi conservare
una parte essenziale della storia contemporanea.
La grande fornace è, per La Rotta, ciò che una rocca
medievale può rappresentare per un borgo collinare.
Acqua, terra, fuoco e uomini
Poche parole riassumono la storia del paese meglio di
queste.
Acqua,
perché tutto comincia dall’Arno.
Terra,
perché il fiume deposita l’argilla.
Fuoco,
perché soltanto la cottura trasforma l’argilla in laterizio.
Uomini e donne,
perché senza il loro lavoro nessun mattone sarebbe mai uscito dalla
fornace.
La Rotta è il risultato dell’incontro di questi
elementi.
Dal fiume nasce il paese
La storia di La Rotta può essere letta come un grande
ciclo.
L’Arno deposita l’argilla.
Gli abitanti la estraggono.
I mattonai la trasformano.
Le fornaci la cuociono.
I vetturali e le barche trasportano i laterizi.
I prodotti raggiungono città e paesi lontani.
I lavoratori stessi partono e portano il proprio
mestiere in altre regioni.
Poi le fornaci chiudono.
Ma ciò che sembrava destinato a scomparire viene
recuperato attraverso il museo e il parco.
Il ciclo ricomincia in una forma nuova.
La Rotta: il paese nato dall’argilla
La Rotta non possiede una grande rocca o un
monumentale centro storico.
Il suo patrimonio più importante è un altro.
È la storia del lavoro.
Per secoli l’Arno ha depositato sulle sue rive la
materia dalla quale sarebbe nata l’identità del paese.
Nell’Ottocento decine di fornaci trasformano La Rotta
in uno dei principali centri della produzione di laterizi della zona.
I mattonai diventano lavoratori specializzati.
Quando il paese non può offrire lavoro a tutti,
partono.
Raggiungono Piemonte, Lombardia e altri territori.
Poi tornano.
Portano esperienze, parole e storie.
Nel 1872 arriva il forno Hoffmann.
All’inizio del Novecento le grandi fornaci Braccini
trasformano definitivamente il mestiere in industria.
Centinaia di persone lavorano intorno ai forni.
Poi il Novecento cambia ancora.
Le fornaci chiudono.
L’industria scompare.
Ma La Rotta decide di non cancellarla.
L’antico forno diventa museo.
La zona produttiva diventa parco.
I fischi e le campanelle, un tempo modellati con gli
scarti dell’argilla, diventano simboli di una festa.
E l’Arno torna a essere un luogo da vivere.
Per questo La Rotta può essere raccontata come
il paese nel quale l’acqua dell’Arno,
la terra della pianura e il fuoco delle fornaci hanno creato non
soltanto milioni di mattoni, ma una vera identità collettiva. |