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San Pellegrino in AlpeIl borgo più alto dell’AppenninoSan Pellegrino in Alpe è una delle località più affascinanti e particolari della Garfagnana. Sorge a circa 1.525 metri di altitudine, sul crinale dell’Appennino tosco-emiliano, nel territorio di Castiglione di Garfagnana e immediatamente a ridosso del confine con l’Emilia-Romagna. La sua posizione è straordinaria. Da qui lo sguardo scende sulla Garfagnana e raggiunge le Alpi Apuane, mentre pochi passi separano il versante toscano da quello modenese. San Pellegrino non è però soltanto un paese di montagna. Per quasi mille anni è stato un luogo di passaggio, accoglienza e pellegrinaggio. Viandanti, mercanti, pellegrini e pastori attraversavano questo settore dell’Appennino per spostarsi tra la valle del Serchio e la pianura padana. Ad accoglierli trovavano una chiesa e soprattutto un ospitale. Da questa funzione è nata gran parte della storia del paese.Un paese sul confine tra Toscana ed EmiliaLa prima cosa da comprendere di San Pellegrino in Alpe è la sua particolare geografia. Il borgo si trova sul confine tra Toscana ed Emilia-Romagna, tra le province di Lucca e Modena e tra i comuni di Castiglione di Garfagnana e Frassinoro. La situazione amministrativa è ancora più curiosa. Una parte del nucleo storico costituisce infatti un territorio modenese legato al comune di Frassinoro inserito all’interno del territorio di Castiglione di Garfagnana. Il confine attraversa persino il complesso religioso. Questa particolarità non è soltanto una curiosità moderna. Rappresenta il risultato di una storia secolare durante la quale il crinale appenninico fu contemporaneamente luogo di divisione e di incontro.Un crinale che separa e unisceOsservando una carta geografica, la catena appenninica sembra rappresentare una barriera naturale. Per gli abitanti della montagna non è sempre stato così. I valichi collegavano comunità poste sui due versanti. Pastori, commercianti, pellegrini e lavoratori attraversavano regolarmente il crinale. San Pellegrino in Alpe nacque proprio grazie a questi movimenti. La montagna non era soltanto un ostacolo da superare. Era una strada.Le antiche vie attraverso l’AppenninoPrima delle moderne strade carrozzabili esisteva una rete di sentieri e mulattiere che collegava Lucca e la Garfagnana con Modena e Reggio Emilia. Una delle direttrici risaliva la valle del Serchio, raggiungeva Pieve Fosciana e quindi saliva verso Chiozza e San Pellegrino. Superato il crinale, il percorso scendeva sul versante emiliano. La storiografia collega San Pellegrino al sistema delle antiche vie appenniniche e, in particolare, alla direttrice conosciuta come Via Bibulca. Lungo percorsi di questo tipo la presenza di un ospitale era fondamentale.Perché serviva un ospitaleAttraversare l’Appennino nel Medioevo era molto diverso dal percorrerlo oggi. Il viaggio avveniva a piedi o con animali. La neve poteva rendere impraticabili i sentieri. Nebbia, vento e temporali rappresentavano pericoli reali. A oltre 1.500 metri di quota un cambiamento improvviso del tempo poteva mettere in pericolo la vita del viaggiatore. Gli ospitali medievali nacquero anche per questo. Non erano ospedali nel significato moderno del termine. Erano strutture destinate ad accogliere e proteggere pellegrini e viandanti, offrendo riparo e assistenza. San Pellegrino in Alpe divenne uno dei più importanti di questi luoghi lungo il crinale.Il documento del 1110La prima testimonianza documentaria certa relativa alla chiesa e all’ospitale di San Pellegrino risale al 1110. Un documento ricorda una donazione destinata alla chiesa e all’ospitale situati nella località allora indicata come Terme Saloni. È una data fondamentale. All’inizio del XII secolo esisteva quindi già sul crinale un'organizzazione religiosa destinata anche all’accoglienza dei viandanti. La nascita effettiva dell’insediamento potrebbe essere precedente, ma quando ci si allontana dalla documentazione certa è necessario distinguere la storia dalla tradizione.San Pellegrino e Matilde di CanossaIl periodo nel quale compare la prima documentazione coincide con l’epoca dei Canossa, una delle più importanti famiglie dell’Italia medievale. Sul versante emiliano, l’abbazia di Frassinoro costituiva un importante centro religioso e territoriale. Le vie attraverso l’Appennino erano essenziali per collegare i possedimenti e permettere il movimento di persone e merci. San Pellegrino si trovava in una posizione ideale per controllare e assistere chi attraversava il crinale. La sua storia deve quindi essere letta anche all’interno della grande rete di comunicazioni medievali tra Toscana ed Emilia.La bolla di Alessandro IIIUn'altra testimonianza fondamentale risale al 1168. In quell'anno il complesso di San Pellegrino viene ricordato in una bolla di Papa Alessandro III. Nel corso del XII secolo l’ospitale era dunque ormai una realtà consolidata. Pochi decenni dopo avrebbe ricevuto anche una protezione imperiale.La protezione di Enrico VINel 1187 l’ospitale di San Pellegrino ottenne la protezione dell’imperatore Enrico VI. È un dato significativo. Le strutture collocate lungo le grandi vie di comunicazione possedevano infatti un’importanza che superava la dimensione puramente locale. San Pellegrino non serviva soltanto gli abitanti della Garfagnana. Accoglieva persone provenienti da territori differenti.Un ospitale autonomoLa documentazione medievale presenta inoltre una caratteristica interessante. L’ospitale non dipendeva direttamente da un monastero, come accadeva in molti altri casi. Era un’istituzione sostanzialmente autonoma, sottoposta all’autorità del vescovo di Lucca. La gestione veniva affidata a conversi e oblati, guidati da un rettore che poteva essere anche laico. Il loro compito era molto concreto. Dovevano mantenere la struttura e assistere chi arrivava sul crinale.La “domus nova”Intorno al 1200 le fonti ricordano una domus nova dell’ospedale. L'espressione lascia immaginare una fase di ampliamento o rinnovamento della struttura. Il numero dei pellegrini e dei viaggiatori doveva essere sufficientemente importante da rendere necessario un complesso capace di offrire accoglienza. Chiesa e ospitale diventarono progressivamente il cuore del piccolo insediamento.San Pellegrino tra storia e leggendaNessun racconto su San Pellegrino in Alpe può ignorare la leggenda del santo. Bisogna però distinguere chiaramente la tradizione popolare dalla documentazione storica. Secondo la leggenda, Pellegrino sarebbe stato figlio di un re di Scozia. Avrebbe rinunciato al trono per dedicarsi alla vita religiosa e al pellegrinaggio. Dopo essere giunto in Terra Santa e aver viaggiato a lungo, sarebbe arrivato sull’Appennino, scegliendo queste montagne per vivere da eremita.L’eremita dentro l’alberoLa tradizione racconta che Pellegrino trascorse parte della propria vita in una cavità naturale e successivamente all’interno di un albero cavo. Gli animali selvatici sarebbero diventati suoi compagni. Poco prima della morte avrebbe scritto la propria storia sulla corteccia di un albero. Morì, secondo la leggenda, all’età di oltre novantasette anni. Il suo corpo sarebbe rimasto miracolosamente incorrotto e sarebbe stato vegliato dagli animali.Il ritrovamento del corpoDue coniugi modenesi avrebbero ricevuto in sogno l’indicazione del luogo nel quale si trovava il corpo dell’eremita. La notizia attirò popolazioni provenienti sia dalla Toscana sia dall’Emilia. A quel punto, però, nacque un problema. A chi apparteneva il santo? Gli emiliani sostenevano che dovesse essere portato sul loro versante. I toscani ritenevano invece che dovesse rimanere nel luogo nel quale era morto.I due torelliLa leggenda trovò una soluzione perfetta per un luogo di confine. Il corpo del santo venne posto su un carro o feretro trainato da due torelli indomiti, uno proveniente dalla Toscana e uno dall’Emilia. Gli animali furono lasciati liberi di muoversi. Si fermarono nel luogo nel quale sarebbe poi sorto il santuario. In questo modo nessuna delle due popolazioni avrebbe potuto rivendicare esclusivamente il santo. Il racconto popolare trasformava così il confine da motivo di divisione in elemento dell’identità religiosa del luogo.Il 643 della leggendaLa tradizione colloca la morte di San Pellegrino nell'anno 643. Non abbiamo però documentazione contemporanea che permetta di considerare questa data come un fatto storico accertato. La prima testimonianza certa della chiesa e dell’ospitale rimane quella del 1110. Anche la figura del santo deve quindi essere osservata distinguendo la devozione popolare dalla ricostruzione documentaria. Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l’originaria dedicazione dell’ospitale possa essere collegata a San Pellegrino d’Auxerre, vescovo e martire venerato nel Medioevo. La tradizione dell’eremita scozzese si sarebbe sviluppata successivamente.San BiancoAccanto a San Pellegrino viene venerato San Bianco. La sua figura è ancora più difficile da ricostruire storicamente. La tradizione lo considera compagno di Pellegrino, mentre altre interpretazioni lo identificano con uno dei conversi che prestavano servizio presso l’ospitale. Le reliquie dei due santi sono oggi conservate insieme. Proprio questa coppia, Pellegrino e Bianco, è diventata inseparabile dall’identità del santuario.Un culto popolare fortissimoQualunque sia l'origine storica delle due figure, la loro venerazione divenne estremamente importante. Per secoli migliaia di persone salirono a San Pellegrino in Alpe. Arrivavano dalla Garfagnana, da Lucca, dal Modenese, dal Reggiano e da altre zone dell’Appennino. Il pellegrinaggio poteva richiedere molte ore o perfino giorni di cammino. La fatica stessa del viaggio diventava parte dell’esperienza religiosa.La crisi del tardo MedioevoTra Trecento e Quattrocento anche San Pellegrino attraversò una fase difficile. Guerre, instabilità politica e trasformazioni delle vie di comunicazione contribuirono al deterioramento del complesso. All’inizio del XV secolo santuario e ospitale si trovavano in condizioni molto precarie. Era necessario un importante intervento di ricostruzione.La rinascita quattrocentescaNel corso del Quattrocento il complesso venne recuperato. Una fase fondamentale della ricostruzione è collegata alla famiglia Nobili di Lucca, che assunse un ruolo importante nella storia del santuario. La chiesa venne ampliata e l’ospitale ripristinato. È soprattutto da questa fase che deriva l’aspetto monumentale assunto dal complesso nei secoli successivi.Matteo CivitaliUno dei più importanti artisti legati a San Pellegrino in Alpe è Matteo Civitali. Nato a Lucca nel 1436, Civitali fu uno dei maggiori scultori e architetti del Rinascimento toscano. Le sue opere sono presenti soprattutto a Lucca, ma la sua attività raggiunse anche questo remoto santuario appenninico. Nel 1473 gli venne commissionato il tempietto destinato alle reliquie di San Pellegrino. Le fonti comunali collegano l'opera agli anni successivi e indicano il 1484 come riferimento per il tempietto sepolcrale.Il tempietto dei SantiIl tempietto marmoreo rappresenta il principale capolavoro artistico conservato nel santuario. La raffinata architettura rinascimentale contrasta con la severità dell'ambiente montano e con l'aspetto robusto dell'antico ospitale. Nel corso del XVII secolo il tempietto venne collocato nel coro e divenne il luogo destinato a custodire insieme le reliquie di San Pellegrino e San Bianco. È ancora oggi il cuore devozionale del santuario.I Santi divisi dal confineQui troviamo una delle curiosità più famose di San Pellegrino in Alpe. Il confine tra Toscana ed Emilia attraversa il santuario. Secondo la tradizionale descrizione del luogo, anche l'urna con le reliquie dei santi si trova esattamente a cavallo della linea amministrativa. Pellegrino e Bianco riposerebbero quindi con capo e busto in Emilia e il resto del corpo in Toscana. È difficile immaginare un simbolo migliore per un santuario che da secoli appartiene culturalmente a entrambi i versanti dell'Appennino.Il VoltoneUn altro elemento caratteristico del complesso è il Voltone. Il passaggio attraversa la struttura dell'antico ospitale e rappresenta materialmente la continuità dell'antica strada. Per secoli viandanti e pellegrini sono passati sotto queste murature per attraversare il paese e raggiungere il crinale. Le pietre consumate ricordano che il santuario non era un edificio isolato. Era costruito direttamente sulla strada. Religione e viaggio erano parte dello stesso luogo.L'ospitaleAccanto alla chiesa si sviluppa il grande edificio dell'antico ospitale. Qui i viandanti potevano trovare riparo, cibo e assistenza. Durante gli inverni più difficili questa funzione poteva essere decisiva per la sopravvivenza. La struttura doveva affrontare condizioni climatiche estreme. Neve, vento e gelo potevano isolare il luogo per lunghi periodi. La solidità dell'edificio riflette ancora oggi questa necessità.Il santuario nel CinquecentoNel XVI secolo la fama del santuario era ormai molto ampia. Il culto di San Pellegrino richiamava grandi quantità di fedeli. La leggenda del santo venne anche diffusa attraverso testi a stampa che raccontavano la sua vita e i miracoli. È un passaggio importante. Una tradizione nata e cresciuta nella cultura orale della montagna entrava così nel mondo della stampa, raggiungendo un pubblico molto più vasto.Osterie e viaggiatoriLa presenza continua di pellegrini e viandanti favorì naturalmente anche la nascita di strutture destinate all'ospitalità. Nel corso dell'età moderna intorno al santuario comparvero locande e osterie. San Pellegrino diventò quindi un piccolo centro di servizi legato alla strada. La sua economia dipendeva in larga misura dal passaggio. Chi attraversava l'Appennino aveva bisogno di mangiare, riposare, ripararsi e spesso attendere condizioni meteorologiche migliori.La Via VandelliNel XVIII secolo il sistema delle comunicazioni attraverso l'Appennino cambiò con la costruzione della Via Vandelli. Il duca Francesco III d'Este affidò a Domenico Vandelli il progetto di una grande strada destinata a collegare Modena con Massa e il Mar Tirreno. La nuova direttrice attraversava il crinale e utilizzava il sistema viario della zona di San Pellegrino. Da qui il percorso scendeva verso Boccaia e Chiozza, continuando poi verso la valle. San Pellegrino manteneva quindi anche nell'età moderna la propria funzione di porta dell'Appennino.Il Passo delle RadiciPoco distante si trova il Passo delle Radici, a circa 1.529 metri di quota. È uno dei principali valichi stradali tra Garfagnana e Modenese. La vicinanza del passo aiuta a comprendere immediatamente il valore geografico di San Pellegrino. Il paese non è nato casualmente a questa quota. Si trova in corrispondenza di uno dei punti nei quali l'Appennino può essere attraversato.Il Giro del DiavoloTra le tradizioni più famose del luogo c'è il cosiddetto Giro del Diavolo. La leggenda racconta che il demonio tentò ripetutamente di distogliere San Pellegrino dalla vita di penitenza. Il santo riuscì però a resistere alle tentazioni. Una delle storie più conosciute racconta che Pellegrino colpì il diavolo con uno schiaffo talmente forte da farlo precipitare lontano. Il percorso devozionale legato alla leggenda è ancora oggi conosciuto con il nome di Giro del Diavolo.Le pietre portate dai pellegriniUna tradizione particolarmente suggestiva prevedeva che i pellegrini percorressero il Giro del Diavolo portando con sé una pietra. La pietra rappresentava simbolicamente il peso dei peccati o della penitenza. Veniva poi lasciata nel luogo legato alla leggenda. Il gesto univa fatica fisica e devozione. Salire sulla montagna portando un peso rendeva il pellegrinaggio qualcosa di concreto, non soltanto spirituale.Il pellegrinaggio attraverso l'AppenninoPer secoli intere comunità raggiunsero San Pellegrino a piedi. I pellegrinaggi provenivano sia dal versante toscano sia da quello emiliano. Questo è uno degli aspetti più importanti della storia del luogo. Il santuario non apparteneva culturalmente soltanto alla Garfagnana. Era un santuario dell'intero crinale. Le popolazioni che durante l'anno vivevano separate dalla montagna si incontravano qui durante le feste.Il Cambio della CroceTra le tradizioni che esprimono meglio il rapporto tra i due versanti c'è il Cambio della Croce. La cerimonia si svolge tradizionalmente il 1° agosto e apre il periodo dei pellegrinaggi estivi. Una croce lignea viene portata dai pellegrini e sostituisce quella dell'anno precedente. Nel tempo la partecipazione ha coinvolto alternativamente comunità e diocesi provenienti dai diversi versanti dell'Appennino. Il rito ribadisce simbolicamente la natura condivisa del santuario.Il Museo Etnografico Don Luigi PellegriniL'antico ospitale ospita oggi il Museo Etnografico Don Luigi Pellegrini. È una delle più importanti raccolte dedicate alla civiltà rurale della Garfagnana. Il museo nacque grazie all'opera di Don Luigi Pellegrini, che iniziò a raccogliere oggetti e testimonianze della vita tradizionale della montagna. La raccolta si sviluppò soprattutto in un momento nel quale quel mondo stava rapidamente scomparendo.Migliaia di oggetti della vita quotidianaIl museo conserva migliaia di oggetti legati alla vita e al lavoro. Gli ambienti ricostruiscono aspetti della casa contadina e delle attività tradizionali. Sono documentati l'agricoltura, la lavorazione del legno, il lavoro del fabbro e del calzolaio, la tessitura, il cucito, la produzione del latte e numerosi altri mestieri. Oggetti che un tempo sembravano banali sono diventati oggi preziosi documenti storici. Una falce, un telaio, un recipiente o un attrezzo da falegname raccontano concretamente come si viveva sulla montagna.La civiltà della montagnaIl museo è particolarmente adatto a San Pellegrino perché permette di comprendere il territorio circostante. Vivere a queste quote significava adattarsi a condizioni climatiche difficili. Ogni oggetto doveva durare a lungo. Molti utensili venivano riparati ripetutamente. Legno, ferro, lana e fibre vegetali venivano trasformati direttamente dalle famiglie o dagli artigiani locali. La società montana era quindi basata su una grande capacità di utilizzare le risorse disponibili.I pastori e gli alpeggiLe montagne intorno a San Pellegrino erano utilizzate anche per il pascolo. Durante la bella stagione gli animali potevano essere condotti verso le quote più elevate. Prati e pascoli rappresentavano una risorsa fondamentale. La montagna era quindi contemporaneamente strada, luogo religioso e spazio produttivo. Pellegrini e pastori potevano percorrere gli stessi sentieri per ragioni completamente diverse.Gli inverni di San PellegrinoA oltre 1.500 metri l'inverno ha sempre avuto un ruolo determinante. In passato la neve poteva isolare il borgo per lunghi periodi. Il vento sul crinale rendeva ancora più severe le condizioni climatiche. La presenza dell'ospitale acquista un significato ancora maggiore se si immagina un viandante sorpreso da una tormenta. Dietro le robuste murature poteva trovare riparo in uno dei punti più difficili del viaggio.Il panoramaOggi uno dei motivi principali per raggiungere San Pellegrino in Alpe è il panorama. Dalla località lo sguardo abbraccia gran parte della Garfagnana, mentre sullo sfondo emergono le Alpi Apuane. Nelle giornate limpide la differenza tra il morbido profilo dell'Appennino e le forme più aspre delle Apuane crea uno dei paesaggi più spettacolari della provincia di Lucca. Questa posizione panoramica possedeva in passato anche un valore pratico. Permetteva di controllare il territorio e le vie di comunicazione.Natura ed escursionismoSan Pellegrino rappresenta oggi anche un importante punto di partenza per escursioni. Sentieri e percorsi permettono di esplorare il crinale e le montagne circostanti. Il vicino Passo delle Radici consente di raggiungere facilmente sia il versante toscano sia quello emiliano. La zona permette quindi di combinare storia, religione e natura in una sola visita.Il paese più alto dell'AppenninoSan Pellegrino in Alpe viene comunemente presentato come il centro abitato più alto dell'Appennino. La quota di circa 1.525 metri lo rende effettivamente un insediamento eccezionale. Non si tratta di un rifugio stagionale o di un semplice alpeggio. È un nucleo abitato storico sviluppatosi intorno al santuario e all'ospitale. Questa caratteristica contribuisce fortemente alla sua identità.Un paese nato dalla stradaSan Pellegrino permette di comprendere un principio fondamentale della storia dei borghi. Non tutti i paesi nascono perché il terreno è adatto all'agricoltura. Alcuni nascono perché esiste una strada. San Pellegrino è uno di questi. La sua quota rende difficile la vita agricola, ma la posizione è perfetta per controllare e assistere chi attraversa l'Appennino. Senza la strada probabilmente non sarebbe esistito il grande ospitale. Senza l'ospitale non sarebbe nato il borgo che conosciamo oggi.Cosa vedere a San Pellegrino in AlpeIl cuore della visita è naturalmente il Santuario dei Santi Pellegrino e Bianco, documentato almeno dal XII secolo. All'interno merita particolare attenzione il tempietto marmoreo di Matteo Civitali, realizzato nel Quattrocento per custodire le reliquie. Accanto alla chiesa si trova l'antico ospitale, oggi sede del Museo Etnografico Don Luigi Pellegrini. Da osservare è anche il Voltone, attraverso il quale passava l'antica strada dei pellegrini. Il borgo stesso merita una passeggiata per la sua posizione eccezionale sul confine tra Toscana ed Emilia. Per chi ama camminare, il Giro del Diavolo permette di conoscere una delle tradizioni devozionali più caratteristiche del luogo. Infine non bisogna perdere i punti panoramici verso la Garfagnana e le Alpi Apuane. Poco distante si trova inoltre il Passo delle Radici, storico valico tra Toscana ed Emilia.Curiosità su San Pellegrino in AlpeSi trova a circa 1.525 metriÈ comunemente considerato il centro abitato più alto dell'Appennino. È diviso tra Toscana ed Emilia-Romagna Il borgo si trova tra i territori di Castiglione di Garfagnana e Frassinoro. Il confine attraversa persino il santuario La particolare divisione amministrativa passa attraverso il complesso religioso. I santi riposano in due regioni Secondo la celebre descrizione locale, Pellegrino e Bianco hanno capo e busto in Emilia e il resto del corpo in Toscana. Chiesa e ospitale sono documentati dal 1110 È la più antica attestazione storica certa finora conosciuta del complesso. Nel 1168 compare in una bolla di Alessandro III Il santuario era ormai una realtà consolidata lungo le vie dell'Appennino. Nel 1187 ricevette la protezione imperiale L'intervento fu di Enrico VI. Non era un monastero tradizionale L'ospitale era gestito da conversi e oblati guidati da un rettore. La leggenda fa di Pellegrino un principe scozzese Avrebbe rinunciato alla corona per diventare pellegrino ed eremita. Il 643 appartiene alla tradizione Non deve essere confuso con la prima attestazione storica documentata, che risale al 1110. San Bianco rimane una figura misteriosa Potrebbe essere stato collegato alla comunità dei conversi dell'ospitale. Matteo Civitali lavorò per il santuario Il grande artista lucchese realizzò il celebre tempietto marmoreo quattrocentesco. Esiste il Giro del Diavolo È un percorso legato alle leggende sulle tentazioni subite dal santo. I pellegrini portavano pietre Il peso aveva un significato penitenziale e simbolico. Il 1° agosto si celebra tradizionalmente il Cambio della Croce È una delle manifestazioni che uniscono le comunità dei due versanti appenninici. L'antico ospitale è diventato un museo Oggi ospita il Museo Etnografico Don Luigi Pellegrini, dedicato alla civiltà contadina e montanara. La Via Vandelli attraversava questo sistema di valico Nel Settecento la grande strada estense mantenne vivo il ruolo di San Pellegrino come collegamento tra Modena e la Toscana. Perché visitare San Pellegrino in AlpeSan Pellegrino in Alpe è molto più di un piccolo paese di montagna. È uno dei luoghi nei quali si comprende meglio la storia dell'Appennino. Qui una strada ha generato un ospitale. L'ospitale ha favorito un santuario. Il santuario ha attirato pellegrini. I pellegrini hanno creato leggende, riti e tradizioni che continuano ancora oggi. Tutto questo è avvenuto su un confine. Toscana ed Emilia si incontrano letteralmente dentro il paese e persino all'interno del santuario. Le reliquie di Pellegrino e Bianco diventano così il simbolo perfetto di un luogo che appartiene contemporaneamente ai due versanti. Accanto alla storia religiosa troviamo quella della vita quotidiana. L'antico ospitale, trasformato nel Museo Etnografico Don Luigi Pellegrini, conserva gli oggetti della civiltà contadina e montanara che per secoli ha abitato queste terre. Fuori rimane il paesaggio. La Garfagnana si apre sotto il borgo, le Alpi Apuane emergono all'orizzonte e il crinale ricorda che oltre la montagna comincia un altro territorio. Ma San Pellegrino insegna soprattutto che il confine non è necessariamente una separazione. Per secoli pellegrini toscani ed emiliani sono saliti lungo sentieri differenti per incontrarsi nello stesso santuario. Ed è forse proprio questa la caratteristica più bella di San Pellegrino in Alpe: essere nato sul confine e aver trasformato quel confine in un luogo d'incontro. |