Santa Colomba di
Bientina: il borgo dei Certosini tra boschi, fattorie e devozione
popolare
A pochi chilometri dal centro di Bientina, sulle prime
ondulazioni delle Cerbaie, si trova
Santa Colomba, una delle frazioni storiche del territorio
comunale.
È un luogo molto diverso dal capoluogo.
Bientina è legata soprattutto alla pianura, all'antico
Lago di Sesto, alle acque e al castello medievale.
Santa Colomba appartiene invece a un altro paesaggio.
Quello delle colline.
Dei boschi.
Delle strade rurali.
Delle fattorie.
E soprattutto della grande proprietà monastica che per
secoli ebbe come protagonista la
Certosa di Calci.
Il Comune riconosce ufficialmente Santa Colomba come
frazione; la documentazione urbanistica ne individua il nucleo lungo la
Valdinievole Sud e le strade che penetrano nel territorio collinare.
Una Bientina di collina
Per comprendere Santa Colomba bisogna prima di tutto
dimenticare per un momento l'immagine più conosciuta di Bientina.
Non siamo nella grande pianura dell'antico lago.
Ci troviamo sulle
Cerbaie, il sistema di basse colline che separa e
contemporaneamente collega il Valdarno, la Valdinievole e il territorio
lucchese.
Santa Colomba occupa proprio questa zona di passaggio.
La frazione si trova su un rilievo a nord dell'Arno e
in prossimità del sistema dell'Usciana, in posizione intermedia tra
Bientina, Calcinaia, Santa Maria a Monte e Pontedera.
È una posizione che ha influenzato profondamente la
sua storia.
Le Cerbaie
Le Cerbaie non sono semplicemente una serie di
colline.
Costituiscono un ambiente naturale molto particolare.
La parte bientinese comprende boschi di cerro,
roverella e pino marittimo; nei vallini più freschi e umidi compaiono
ontani, carpini e noccioli, mentre nel sottobosco crescono agrifoglio,
viburno, corbezzolo, eriche e ginestre. Una parte di questo territorio
appartiene oggi alla rete europea Natura 2000.
Santa Colomba si trova dunque tra due mondi.
Da una parte la pianura agricola.
Dall'altra il bosco.
Questa doppia natura è essenziale per comprenderne
l'identità.
Il bosco come risorsa
Oggi guardiamo il bosco soprattutto come spazio
naturale.
In passato era anche una risorsa economica.
Forniva legname.
Legna da ardere.
Pascolo.
Materiali.
Prodotti spontanei.
E costituiva una parte fondamentale delle grandi
proprietà rurali.
Non è casuale che la chiesa principale della frazione
porti ancora oggi un nome che sembra riassumere tutto questo paesaggio:
Madonna del Bosco.
Prima di Santa Colomba
La storia della località precede però l'attuale
chiesa.
Le ricostruzioni storiche ricordano l'esistenza di
un'antica chiesetta dedicata a Santa
Colomba, oggi scomparsa, dalla quale avrebbe preso nome la
collina e successivamente l'intera frazione.
È un elemento importante.
Il nome Santa Colomba non nasce quindi necessariamente
con l'edificio religioso che vediamo oggi.
La memoria del culto sarebbe precedente.
Una santa diventata paesaggio
È un fenomeno molto comune nella toponomastica rurale.
Prima esiste un piccolo luogo di culto.
Poi il nome passa alla zona circostante.
Infine diventa il nome dell'insediamento.
Così una dedicazione religiosa finisce per
trasformarsi in geografia.
Santa Colomba non indica più soltanto una santa.
Indica una collina.
Una strada.
Un territorio.
Una comunità.
Il legame con Montecchio
Per comprendere davvero Santa Colomba bisogna però
spostare lo sguardo poco più a sud, verso
Montecchio, nel territorio di
Calcinaia.
Montecchio era un antico insediamento e divenne
progressivamente il centro di una grande proprietà agricola.
La documentazione archeologico-storica di Calcinaia
ricorda che Montecchio compare già in documenti altomedievali e che nel
Medioevo il territorio conobbe una complessa successione di proprietà.
Tra XIV e XV secolo entrò progressivamente nell'orbita della Certosa di
Calci.
Santa Colomba sarebbe stata profondamente coinvolta in
questa storia.
La grancia di Montecchio
I Certosini non vivevano soltanto dentro la loro
grande Certosa ai piedi del Monte Pisano.
Possedevano terreni, boschi, case, poderi e fattorie
distribuiti in un territorio molto vasto.
Questi possedimenti servivano anche a sostenere
economicamente la comunità monastica.
Montecchio divenne una delle principali
grance, o grandi aziende
agricole, legate alla Certosa. La documentazione storico-archeologica
ricorda che lo sviluppo organizzato della grancia avvenne soprattutto
nel Cinquecento, quando il territorio venne progressivamente appoderato
con case coloniche e strutture produttive.
Santa Colomba apparteneva a questo mondo rurale.
Che cos'era una grancia?
La parola può trarre in inganno.
Una grancia non era semplicemente una fattoria.
Era un'organizzazione economica territoriale.
Poteva comprendere poderi.
Case.
Boschi.
Campi.
Strade.
Acque.
Edifici produttivi.
Animali.
Contadini.
Amministratori.
Il monastero diventava quindi anche proprietario e
gestore di un sistema agricolo.
I Certosini arrivano nel paesaggio
Con l'espansione della proprietà certosina, la storia
di Santa Colomba entra direttamente in quella della
Certosa di Calci.
È un collegamento molto affascinante.
A molti chilometri dalla Certosa monumentale della
Valgraziosa, i monaci possedevano terre sulle Cerbaie e nella pianura
dell'Arno.
Il monastero non era quindi soltanto un luogo
religioso.
Era al centro di una rete economica.
Santa Colomba era uno dei punti di questa rete.
I contadini della Certosa
Naturalmente non erano i monaci a coltivare
personalmente ogni appezzamento.
Il sistema funzionava attraverso famiglie contadine,
mezzadri, lavoratori e amministratori.
I documenti della Certosa conservati nell'Archivio di
Stato di Pisa comprendono infatti registri relativi alla
fattoria di Montecchio, con
libri di debitori e creditori per fitti e pigioni e registrazioni
relative a produzioni come vino e olio.
Dietro la grande storia religiosa troviamo quindi la
vita quotidiana.
Famiglie.
Campi.
Raccolti.
Affitti.
Debiti.
Animali.
Lavoro.
Una campagna organizzata
Tra Cinquecento e Settecento il territorio intorno a
Santa Colomba doveva apparire come un mosaico.
Boschi sulle zone meno coltivabili.
Campi.
Poderi.
Case rurali.
Strade.
Pascoli.
Colture arboree.
Ogni parte del territorio aveva una funzione.
Il paesaggio non era spontaneo.
Era amministrato.
La Madonna del Bosco
Nel 1628
avvenne uno degli episodi fondamentali della storia della frazione.
Secondo l'Arcidiocesi di Pisa, furono proprio i
Certosini di Calci,
proprietari della fattoria di Montecchio e dei boschi circostanti, a far
costruire la chiesa della Madonna del
Bosco.
La data è importante.
Siamo nel pieno Seicento.
Santa Colomba appartiene ancora al grande sistema
agricolo monastico.
E al centro di quel paesaggio nasce una nuova chiesa.
Una chiesa nel bosco
Il nome è estremamente evocativo.
Madonna del Bosco.
Non Madonna della Piazza.
Non Madonna del Castello.
Non Madonna del Ponte.
Del Bosco.
La denominazione conserva direttamente il rapporto tra
il luogo religioso e l'ambiente circostante.
È quasi una fotografia del territorio seicentesco.
Una chiesa dei Certosini
La Madonna del Bosco non deve quindi essere
considerata soltanto come chiesa della futura frazione.
All'origine era strettamente collegata al sistema
patrimoniale certosino.
I monaci possedevano la fattoria.
Possedevano i boschi.
Amministravano il territorio.
La chiesa entrava naturalmente dentro questo sistema.
Religione ed economia rurale erano profondamente
intrecciate.
Il 1706: arriva Santa Colomba
Poi accadde qualcosa destinato a cambiare
definitivamente l'identità del luogo.
Nel 1706 i
Certosini decisero di collocare nella Madonna del Bosco le reliquie
attribuite a Santa Colomba,
provenienti da Roma. L'Arcidiocesi di Pisa ricorda che in quella
occasione la chiesa venne modificata e fu costruita anche la sacrestia.
Ma possediamo una testimonianza ancora più
interessante.
Il documento del 18 marzo 1706
Nei trattati capitolari della Certosa di Calci compare
una deliberazione datata 18 marzo 1706.
Il procuratore di Montecchio,
dom Bruno Bona, aveva fatto
arrivare da Roma il corpo di Santa Colomba vergine e martire.
La piccola Madonna del Bosco era però troppo stretta
per contenere la folla che si prevedeva sarebbe arrivata a venerare la
reliquia.
Il procuratore chiese quindi ai Certosini di poter
ampliare la chiesa e costruire dietro di essa una piccola sacrestia.
È una testimonianza eccezionale perché ci permette
quasi di entrare nel paese di tre secoli fa.
I contadini vogliono aiutare
Il documento aggiunge un particolare ancora più bello.
Secondo il procuratore, i contadini della proprietà
erano pronti a contribuire alla costruzione attraverso offerte e
attraverso il proprio lavoro.
Non abbiamo quindi soltanto una decisione dei monaci.
Abbiamo una comunità che partecipa.
Il santuario rurale diventa un progetto collettivo.
Costruire con le proprie mani
Possiamo immaginare quei lavori.
Trasportare materiali.
Preparare il terreno.
Lavorare la muratura.
Portare legname.
Raccogliere offerte.
Persone che normalmente lavoravano nei campi
partecipavano all'ampliamento della propria chiesa.
La Madonna del Bosco diventava sempre più il centro
della comunità.
Il ritorno del nome Santa Colomba
L'arrivo delle reliquie nel 1706 rafforzò
definitivamente il culto della santa.
La collina già collegata alla memoria di Santa Colomba
trovava ora nella Madonna del Bosco un nuovo centro devozionale.
Il nome della santa e quello della chiesa finirono
così per sovrapporsi.
Ancora oggi la parrocchia è ufficialmente indicata
dalla diocesi come Parrocchia di Santa
Colomba, mentre tra le denominazioni compare Madonna del Bosco.
Due nomi.
Una sola identità.
Santa Colomba e San Valentino
Il fenomeno ha un interessante parallelo con Bientina.
Pochi anni prima, nel
1699, il capoluogo aveva accolto le reliquie di
San Valentino, destinate a
diventare il centro di una fortissima devozione locale.
A Santa Colomba accadde qualcosa di simile nel 1706.
La reliquia proveniente da Roma rafforzò il culto e
l'identità della comunità.
È quasi come se all'inizio del Settecento il
territorio bientinese costruisse due grandi poli devozionali.
San Valentino nel capoluogo.
Santa Colomba sulla collina.
Reliquie dalle catacombe
L'Arcidiocesi specifica che le reliquie di Santa
Colomba provenivano da un cimitero
romano.
Questo fenomeno era diffuso nell'età moderna.
Corpi e reliquie provenienti dalle catacombe romane
venivano trasferiti in chiese di molte regioni cattoliche e venerati
come martiri.
Per le piccole comunità rurali l'arrivo di una
reliquia poteva rappresentare un evento enorme.
Il paese acquistava una propria santa protettrice.
Una nuova identità comunitaria
Da quel momento Santa Colomba non fu più soltanto una
località agricola della fattoria di Montecchio.
Aveva un centro religioso.
Una reliquia.
Una festa.
Una comunità raccolta intorno alla chiesa.
Il passaggio è importante.
Il territorio economico diventa anche territorio
identitario.
Una cappella nelle carte del
Settecento
La presenza della chiesa è documentata in modo
particolarmente suggestivo anche dalla cartografia storica.
Una carta settecentesca conservata nell'Archivio di
Stato di Pisa e catalogata dalla Regione Toscana mostra il progetto di
una grande opera idraulica destinata alle pianure di Calcinaia, Bientina
e Vicopisano.
Tra i riferimenti topografici compare chiaramente la
“cappella di S. Colomba”.
La chiesa era ormai un punto di riferimento del
paesaggio.
Una carta racconta il territorio
La stessa mappa è straordinaria perché intorno alla
cappella compaiono altri elementi.
La strada verso Montecchio.
L'Usciana.
L'Arno.
I prati appartenenti ai monaci della Certosa.
Canali.
Cateratte.
Terreni da colmare.
In una sola carta vediamo quasi tutto il mondo di
Santa Colomba settecentesca.
Chiesa.
Monaci.
Agricoltura.
Strade.
Acqua.
Tra collina e bonifica
Santa Colomba occupava infatti una posizione
particolare.
Il nucleo si trovava in alto.
Ma sotto di esso si estendeva un territorio fortemente
condizionato dalle acque.
L'Arno.
L'Usciana.
Il Lago di Bientina.
Le pianure soggette a ristagni e allagamenti.
Per questo la storia della frazione non può essere
separata da quella delle grandi trasformazioni idrauliche del
territorio.
I Certosini e l'acqua
I Certosini furono protagonisti anche nella gestione
idraulica della loro grande proprietà.
La documentazione ricordata dal Comune di Pontedera
attribuisce all'amministrazione certosina della fattoria di Montecchio
importanti interventi sulle acque e sul territorio; una testimonianza
successiva di Robert Lawley ricordava ancora con ammirazione le opere
realizzate sotto la gestione monastica.
Questo dettaglio cambia l'immagine dei monaci.
Non soltanto preghiera.
Anche agronomia.
Idraulica.
Amministrazione.
Governare l'acqua
Nella pianura toscana l'agricoltura dipendeva dalla
capacità di controllare l'acqua.
Troppa acqua significava palude.
Troppo poca significava raccolti scarsi.
Servivano fossi.
Argini.
Canali.
Cateratte.
Colmate.
Drenaggi.
La fattoria era quindi anche una macchina idraulica.
I prati dei monaci
La carta settecentesca indica espressamente i
prati dei monaci della Certosa.
È una piccola dicitura, ma racconta molto.
I Certosini erano visibili nel paesaggio non soltanto
attraverso la proprietà giuridica.
Il loro nome identificava materialmente terreni.
La memoria monastica era scritta nella geografia.
La fattoria di Montecchio
Tra Settecento e primo Ottocento la fattoria
costituiva ormai una realtà agricola molto strutturata.
Una pianta della
Fattoria di Montecchio, databile tra il 1770 e il 1780, è
ancora oggi censita nella Cartografia Storica Regionale Toscana.
Per ricostruire Santa Colomba in quell'epoca, questa
cartografia è preziosissima.
Permette di studiare strade, poderi, boschi e rapporti
con la pianura.
1808: Napoleone cambia tutto
L'arrivo dell'età napoleonica modificò profondamente
il sistema delle proprietà ecclesiastiche.
La ricerca storico-archeologica su Montecchio ricorda
che nel 1808 la Certosa venne
soppressa dal governo francese e la fattoria passò sotto amministrazione
pubblica.
Per Santa Colomba significò l'interruzione, almeno
temporanea, di un rapporto con i Certosini che durava da secoli.
Il ritorno dei Certosini
Dopo la caduta di Napoleone e la Restaurazione, nel
1816 i Certosini tornarono in
possesso di Montecchio.
Ma fu un ritorno breve.
Nel 1827 la
proprietà passò al governo granducale.
Un'epoca stava finendo.
1827: la fine del mondo certosino
L'Arcidiocesi di Pisa lega proprio al 1827 una
trasformazione decisiva anche per la Madonna del Bosco.
Con il passaggio della fattoria di Montecchio al
governo toscano e la successiva vendita, la chiesa perse il proprio
rapporto diretto con la grande proprietà certosina e divenne
cappellania curata dipendente dalla
parrocchia di Calcinaia.
La chiesa rimase.
I monaci se ne andarono.
Robert Lawley
La fattoria fu successivamente acquistata dalla
famiglia inglese Lawley.
La ricerca archeologica di Calcinaia colloca
l'acquisto all'asta nel 1830 e
ricorda come la famiglia trasformò Montecchio in una delle fattorie più
produttive della Toscana.
Santa Colomba entrava così in una nuova fase.
Dopo i monaci:
la grande proprietà privata.
Da monastero a fattoria moderna
È una trasformazione estremamente interessante.
Il territorio rimane agricolo.
I poderi rimangono.
Le strade rimangono.
Molte famiglie contadine rimangono.
Ma cambia il proprietario.
E cambia progressivamente il modo di amministrare
l'azienda.
La storia rurale non procede attraverso rotture
complete.
Spesso un sistema nuovo riutilizza quello precedente.
L'Ottocento di Santa Colomba
Nel XIX secolo Santa Colomba continuò quindi a essere
un piccolo nucleo immerso in un territorio prevalentemente agricolo e
boschivo.
La chiesa rappresentava il principale punto di
riferimento religioso.
Le case erano distribuite lungo le strade e vicino ai
poderi.
La vita ruotava intorno alla campagna.
Per comprendere questo mondo bisogna pensare più alla
fattoria che alla città.
La casa colonica
La casa colonica era contemporaneamente abitazione e
luogo di lavoro.
Famiglia e azienda agricola coincidevano quasi
completamente.
Al piano terreno potevano trovarsi stalle, depositi e
attrezzi.
Al piano superiore gli ambienti domestici.
Intorno:
orto.
Campi.
Animali.
Bosco.
La giornata iniziava e finiva dentro il podere.
La strada per Montecchio
La cartografia settecentesca registra espressamente
una via che conduce a Montecchio
nei pressi della cappella di Santa Colomba.
Non era una strada secondaria nel senso moderno.
Era il collegamento tra la zona collinare e il centro
della grande fattoria.
Su quelle strade passavano persone.
Animali.
Prodotti.
Legname.
Carri.
Informazioni.
La rete viaria racconta la rete economica.
Santa Colomba e Bientina
Il rapporto con Bientina era differente.
Il capoluogo possedeva la propria identità urbana.
Mura.
Torri.
Piazza.
Mercato.
Chiese.
Santa Colomba era invece una comunità rurale.
Ma le due realtà erano complementari.
Dalla campagna arrivavano prodotti.
Dal centro arrivavano servizi, commerci e relazioni.
Santa Colomba e Calcinaia
Ancora più stretto fu per lungo tempo il rapporto
ecclesiastico con Calcinaia.
Dopo la fine della proprietà certosina, la Madonna del
Bosco dipese infatti dalla parrocchia di Calcinaia come cappellania
curata.
Questo ricorda quanto i confini delle comunità
religiose e quelli amministrativi possano essere differenti.
Santa Colomba apparteneva a Bientina.
Ma ecclesiasticamente guardava a Calcinaia.
Una comunità tra più territori
È forse una delle caratteristiche più interessanti
della frazione.
Santa Colomba è sempre stata un luogo di confine.
Bientina.
Calcinaia.
Santa Maria a Monte.
Pontedera.
Le Cerbaie.
La pianura dell'Arno.
Il sistema dell'Usciana.
Più che un'estremità del territorio, era un punto di
incontro.
La Madonna del Bosco resta il centro
Nonostante i cambiamenti politici e proprietari, la
chiesa continuò a rappresentare il principale elemento di continuità.
I Certosini scomparvero.
La fattoria cambiò proprietario.
L'agricoltura cambiò.
Le strade cambiarono.
Ma la Madonna del Bosco rimase.
È uno dei motivi per cui la storia religiosa è così
importante per comprendere i piccoli paesi.
Il Novecento
Nel corso del Novecento Santa Colomba cambiò
profondamente.
L'agricoltura perse gradualmente il ruolo quasi
esclusivo che aveva avuto.
La mobilità aumentò.
Le strade divennero più importanti.
Le abitazioni si espansero.
La vicina Quattro Strade si sviluppò come nodo
territoriale.
La vecchia comunità agricola entrò progressivamente
nella società contemporanea.
1957: nasce la parrocchia autonoma
Una data fondamentale è il
1957.
In quell'anno Santa Colomba divenne
parrocchia autonoma, dopo
secoli di differenti dipendenze ecclesiastiche.
È quasi il punto conclusivo di un lungo processo.
Prima una chiesa rurale dei Certosini.
Poi luogo della reliquia.
Poi cappellania.
Infine parrocchia.
Da cappella della fattoria a chiesa
del paese
La trasformazione può essere riassunta così.
Nel Seicento la Madonna del Bosco appartiene
soprattutto al mondo della fattoria certosina.
Nel Settecento diventa centro del culto di Santa
Colomba.
Nell'Ottocento serve la popolazione rurale come
cappellania.
Nel Novecento diventa parrocchia autonoma.
La storia della chiesa segue la crescita della
comunità.
La festa patronale
La devozione alla santa continua ancora oggi.
Il Comune di Bientina indica la
festa patronale di Santa Colomba
tra le manifestazioni tradizionali della frazione, celebrata nel periodo
di maggio.
La festa religiosa rappresenta quindi una delle
principali continuità tra il paese storico e quello contemporaneo.
La festa come memoria
Una festa patronale non è soltanto una celebrazione
religiosa.
È anche un modo per riconoscersi come comunità.
Chi è nato nel paese.
Chi vi abita.
Chi se n'è andato.
Chi ritorna.
Per qualche giorno il luogo torna a riunirsi intorno
alla propria storia.
La contrada Santa Colomba
Santa Colomba possiede oggi anche una forte identità
all'interno del sistema delle contrade bientinesi.
Il Comune documenta l'esistenza della
sede della Contrada Santa Colomba
in via Valdinievole Sud.
La contrada rappresenta una forma contemporanea di
appartenenza territoriale.
È interessante perché ripropone, con modalità
completamente differenti, qualcosa di antichissimo:
l'idea che un piccolo territorio possieda una propria
comunità.
Il Palio di Bientina
Santa Colomba partecipa infatti alla vita del
Palio di Bientina, uno degli
appuntamenti più sentiti del territorio comunale.
Il Comune ricorda che il Palio moderno si svolge dal
2001 nella piazza Vittorio Emanuele II, recuperando e trasformando
precedenti tradizioni equestri bientinesi.
Santa Colomba porta quindi la propria identità dalla
collina fino al cuore del capoluogo.
Dal podere alla contrada
È una trasformazione interessante.
Un tempo l'identità territoriale passava attraverso la
fattoria.
Il podere.
La parrocchia.
La chiesa.
Oggi passa anche attraverso la contrada.
Colori.
Sede.
Feste.
Palio.
Il modo di essere comunità cambia.
Il bisogno di appartenenza rimane.
La natura delle Cerbaie
Accanto alla storia umana esiste però una seconda
grande storia:
quella naturale.
I boschi delle Cerbaie conservano ambienti di grande
interesse.
Il portale territoriale NEMO Valdera ricorda la
presenza di specie rare come Drosera
rotundifolia, una piccola pianta carnivora legata ad ambienti
umidi, e Osmunda regalis,
grande felce caratteristica di habitat particolari.
Santa Colomba può quindi essere raccontata anche come
porta verso un patrimonio naturalistico poco conosciuto.
I vallini umidi
Uno degli elementi più particolari delle Cerbaie è il
contrasto tra le sommità più asciutte e i piccoli vallini umidi.
In pochi metri cambiano terreno.
Vegetazione.
Temperatura.
Umidità.
Questo crea microambienti capaci di ospitare specie
molto diverse.
Il bosco non è quindi uniforme.
È un mosaico.
La Drosera
Tra le piante più curiose compare la
Drosera rotundifolia.
È una piccola pianta carnivora.
Vive in ambienti poveri di nutrienti e compensa questa
scarsità catturando piccoli insetti attraverso le foglie ricoperte da
sostanze adesive.
La sua presenza nelle Cerbaie è uno degli aspetti
naturalistici più sorprendenti del territorio bientinese.
Un piccolo tesoro nascosto vicino a Santa Colomba.
L'Osmunda regalis
Un'altra presenza caratteristica è l'Osmunda
regalis, conosciuta anche come felce florida o felce regale.
È una specie legata agli ambienti umidi.
La sua presenza contribuisce a rendere i vallini delle
Cerbaie un ambiente completamente diverso dalla campagna circostante.
Per un sito dedicato al territorio, questo patrimonio
naturale merita quasi la stessa attenzione della chiesa.
Il bosco ieri e oggi
Ed è interessante osservare come sia cambiato il
significato del bosco.
Per i Certosini:
patrimonio economico.
Per i contadini:
legna e risorse.
Per la comunità:
territorio di lavoro.
Oggi:
anche biodiversità e paesaggio da proteggere.
Lo stesso bosco.
Quattro modi differenti di guardarlo.
La torretta di caccia
Un documento urbanistico del Comune di Bientina
segnala inoltre, in via del Bufalaio, una
storica torretta di caccia,
classificata in relazione al suo interesse storico-tipologico e
collocata in un contesto paesaggistico di pregio al margine del bosco
delle Cerbaie.
È un dettaglio molto interessante.
Dimostra che il territorio di Santa Colomba conserva
anche piccole architetture rurali legate agli usi storici della campagna
e del bosco.
La caccia e il paesaggio
La torretta apre un altro capitolo.
Le grandi proprietà rurali non erano utilizzate
soltanto per coltivare.
Il bosco poteva essere anche territorio venatorio.
Percorsi, appostamenti e piccoli edifici raccontavano
quindi un'altra funzione della proprietà.
Sono elementi minori.
Ma proprio per questo rischiano maggiormente di
scomparire.
Il paesaggio come archivio
Santa Colomba non possiede un grande castello.
Non possiede mura medievali monumentali.
Non possiede una piazza rinascimentale.
Il suo monumento principale è forse il
paesaggio.
Bisogna imparare a leggerlo.
La Madonna del Bosco.
La strada per Montecchio.
I margini del bosco.
Le vecchie proprietà.
Le zone agricole.
I fossi.
Le Cerbaie.
Ogni elemento conserva un frammento della storia.
La cartografia come macchina del
tempo
Per questo Santa Colomba sarebbe perfetta per un
lavoro basato sulle carte storiche.
La Regione Toscana conserva e rende consultabile una
cartografia settecentesca nella quale compaiono la cappella di Santa
Colomba, Montecchio, l'Usciana, l'Arno e i prati dei Certosini.
Sovrapporre quella carta a una mappa contemporanea
permetterebbe di vedere immediatamente cosa è rimasto e cosa è cambiato.
Una passeggiata storica
Un itinerario potrebbe iniziare dalla Madonna del
Bosco.
Prima tappa:
la chiesa del 1628.
Poi:
il racconto dell'arrivo delle reliquie nel 1706.
Da lì si potrebbe leggere il territorio in direzione
di Montecchio.
Campagna.
Bosco.
Antiche strade.
Opere idrauliche.
Il percorso diventerebbe una visita dentro la vecchia
fattoria certosina.
L'itinerario dei Certosini
Il titolo potrebbe essere:
“Da Santa Colomba a
Montecchio sulle terre dei Certosini”.
Sarebbe un percorso estremamente originale.
Permetterebbe di collegare Bientina a Calci attraverso
una storia che non segue la strada moderna.
La connessione sarebbe storica.
Da una parte la Certosa.
Dall'altra le sue proprietà agricole.
Dalla Certosa alle Cerbaie
È questo forse il collegamento più sorprendente.
Quando pensiamo alla Certosa di Calci immaginiamo il
Monte Pisano.
La Valgraziosa.
Il grande monastero.
Ma la sua economia arrivava fino alla pianura
dell'Arno e alle Cerbaie.
Santa Colomba permette di raccontare la
Certosa fuori dalla Certosa.
Ed è un tema molto più ampio di quanto sembri.
Il monastero invisibile
A Santa Colomba non vediamo monaci.
Non vediamo chiostri monumentali.
Eppure per secoli il monastero era presente ovunque.
Nella proprietà dei campi.
Nei boschi.
Nelle rendite.
Nei poderi.
Nella Madonna del Bosco.
Nella gestione dell'acqua.
La Certosa era invisibile fisicamente.
Ma fortissima economicamente.
La storia delle famiglie
Un altro grande campo di ricerca riguarda le famiglie
contadine.
I registri della fattoria di Montecchio conservati
nell'Archivio di Stato potrebbero permettere di ricostruire nomi di
affittuari, mezzadri e lavoratori.
È qui che la storia diventerebbe veramente locale.
Non più soltanto:
“i Certosini possedevano Santa Colomba”.
Ma:
“questa famiglia lavorava questo podere”.
“quest'altra pagava questo affitto”.
“qui si produceva olio”.
“qui si produceva vino”.
Il valore degli archivi
Per una frazione piccola, l'archivio può diventare il
monumento più importante.
Le grandi città hanno palazzi.
I piccoli paesi spesso hanno documenti.
Un registro può raccontare centinaia di persone che
altrimenti scomparirebbero completamente dalla storia.
Santa Colomba possiede questa possibilità grazie al
legame con la Certosa e Montecchio.
Dalla campagna alla strada
Il Novecento portò una trasformazione ulteriore.
La strada della Valdinievole acquistò sempre maggiore
importanza.
Il territorio si aprì alla mobilità automobilistica.
Le distanze da Bientina, Pontedera e dagli altri
centri diminuirono.
Le nuove abitazioni seguirono sempre più gli assi
viari.
La vecchia struttura poderale cominciò a convivere con
un insediamento residenziale moderno.
Santa Colomba e Quattro Strade
Anche il rapporto con la vicina
Quattro Strade divenne sempre
più stretto.
I due nuclei appartengono allo stesso settore
collinare del comune ma conservano identità distinte.
Ancora oggi il Comune considera separatamente Santa
Colomba e Quattro Strade e ha previsto servizi di collegamento delle due
frazioni con il capoluogo.
La crescita moderna non ha quindi cancellato
completamente la geografia storica.
Una frazione che conserva il proprio
nome
Questo è un aspetto importante.
Molti piccoli nuclei rurali, quando vengono raggiunti
dall'espansione edilizia, rischiano di perdere la propria identità.
Santa Colomba invece continua a possedere:
un nome riconoscibile;
una parrocchia;
una festa;
una contrada;
un territorio.
Sono elementi che mantengono viva la comunità.
La chiesa come archivio della
frazione
La Madonna del Bosco è quindi molto più di un edificio
religioso.
È quasi un riassunto della storia di Santa Colomba.
1628:
i Certosini.
1706:
le reliquie.
Settecento:
la cappella nella grande proprietà rurale.
Ottocento:
la fine del sistema certosino e la cappellania.
1957:
la parrocchia autonoma.
Poche chiese raccontano in maniera così lineare la
trasformazione di un territorio.
Un paese nato intorno a una reliquia?
Non esattamente.
La località esisteva prima.
Il nome di Santa Colomba sembra precedere la
traslazione del 1706.
Ma l'arrivo delle reliquie contribuì certamente a
rafforzare l'identità religiosa del luogo.
È quindi più corretto dire:
una comunità rurale
antica che nel Settecento trovò nel culto di Santa Colomba uno dei
principali elementi della propria identità.
Il 1706 come anno simbolico
Se dovessimo scegliere una sola data da raccontare,
sarebbe proprio il 1706.
Perché possediamo un documento.
Conosciamo il nome del procuratore.
Sappiamo che la reliquia arrivò da Roma.
Sappiamo che la chiesa era troppo piccola.
Sappiamo che si decise di ampliarla.
E sappiamo perfino che i contadini erano pronti ad
aiutare materialmente nella costruzione.
È quasi una fotografia della comunità.
Santa Colomba, il paese dei monaci e
dei contadini
La storia della frazione può essere sintetizzata
attraverso due protagonisti.
I monaci.
Proprietari.
Amministratori.
Fondatori della Madonna del Bosco.
Promotori del culto.
I contadini.
Lavoratori dei poderi.
Custodi del territorio.
Partecipanti alla costruzione della chiesa.
Famiglie che trasformarono una proprietà monastica in
una comunità.
E poi il bosco
C'è però un terzo protagonista.
Il bosco.
Dà il nome alla chiesa.
Circonda la frazione.
Apparteneva alla grande proprietà rurale.
Forniva risorse.
Conserva oggi habitat preziosi.
È l'elemento che unisce passato e presente.
Tre Santa Colomba
Si potrebbe quindi raccontare il paese attraverso tre
immagini.
La Santa Colomba
religiosa.
La Madonna del Bosco e le reliquie.
La Santa Colomba
agricola.
La fattoria di Montecchio, i Certosini e i poderi.
La Santa Colomba
naturale.
Le Cerbaie, i boschi e i vallini umidi.
Tre storie che si sovrappongono nello stesso
territorio.
Dal monastero alla contrada
C'è poi una quarta immagine, contemporanea.
La contrada.
È quasi il punto finale di una lunga trasformazione.
Nel Seicento la comunità si riconosce nella fattoria e
nella cappella.
Nel Settecento nella santa.
Nell'Ottocento nella cappellania.
Nel Novecento nella parrocchia.
Oggi anche nella contrada.
Cambiano le istituzioni.
Rimane l'identità del luogo.
Una storia senza castello
Santa Colomba è interessante anche perché dimostra che
non tutti i paesi hanno bisogno di un castello per possedere una grande
storia.
Qui la storia è diversa.
Una fattoria.
Un monastero lontano.
Una piccola chiesa.
Una reliquia.
Boschi.
Contadini.
Acque.
Strade.
È la storia della Toscana rurale.
Una Toscana meno conosciuta
Quando si parla di Toscana pensiamo spesso alle grandi
ville, ai castelli, alle città d'arte.
Ma gran parte del territorio è stato costruito da
luoghi come Santa Colomba.
Piccole comunità agricole.
Poderi.
Fattorie.
Boschi amministrati.
Cappelle.
Famiglie mezzadrili.
Sono questi luoghi che permettono di capire come
funzionava davvero il territorio.
Santa Colomba e il Lago di Bientina
Esiste infine un collegamento ideale con la grande
storia del capoluogo.
Bientina guarda al lago.
Santa Colomba guarda alla collina.
Ma sotto la collina comincia proprio quel sistema di
pianure e acque che per secoli fu oggetto di bonifiche e trasformazioni.
La carta settecentesca con la cappella di Santa
Colomba inserisce il luogo proprio all'interno dei progetti per la
sistemazione idraulica delle pianure di Bientina, Calcinaia e
Vicopisano.
Collina e lago appartengono alla stessa storia.
Una terrazza sopra le acque
Santa Colomba può quindi essere immaginata come un
punto elevato sopra un territorio un tempo molto più acquatico.
Sotto:
fossi.
Canali.
Prati.
Usciana.
Arno.
Più lontano:
il grande sistema del Lago di Bientina.
Sopra:
boschi e poderi.
Il paese nasce sul confine tra questi due ambienti.
La grande trasformazione
dell'Ottocento
La bonifica e il prosciugamento del Lago di Bientina
modificarono profondamente tutto il territorio circostante.
Il Comune ricorda il
1859 come data fondamentale del definitivo prosciugamento del
Lago di Sesto-Bientina.
Anche se Santa Colomba non era un paese lacustre,
quella trasformazione cambiò il sistema economico e ambientale nel quale
era inserita.
La pianura diventava sempre più agricola.
Le acque venivano regolate.
Le comunicazioni miglioravano.
La modernità
Nel Novecento e nel nuovo millennio il paesaggio ha
continuato a trasformarsi.
La frazione si è ampliata.
Sono comparse nuove abitazioni.
Attività produttive e artigianali hanno raggiunto
alcune parti del territorio.
La mobilità quotidiana ha collegato sempre più
strettamente Santa Colomba a Bientina, Pontedera e ai comuni vicini.
Ma la presenza delle Cerbaie pone contemporaneamente
un'esigenza di tutela paesaggistica e ambientale. La pianificazione
comunale riconosce infatti aree boschive e contesti di pregio nel
settore di Santa Colomba.
Conservare i due paesaggi
Il futuro della frazione dipende probabilmente proprio
dalla capacità di conservare entrambe le sue anime.
Il paese abitato.
E il territorio rurale e boschivo.
Non bisogna trasformare Santa Colomba in un museo
immobile.
Ma neppure cancellare gli elementi che permettono di
comprenderne la storia.
Una strada poderale.
Una torretta.
Un margine di bosco.
Una casa colonica.
Un fosso.
Possono essere importanti quanto un monumento.
Un itinerario nella Santa Colomba
storica
Un percorso potrebbe partire dalla
Madonna del Bosco.
Qui si racconterebbero i Certosini e il 1628.
Poi il 1706 e l'arrivo delle reliquie.
Successivamente si potrebbe osservare il territorio
della vecchia fattoria.
Seguire idealmente la strada verso Montecchio.
Raggiungere i margini delle Cerbaie.
Leggere il rapporto tra bosco e campagna.
Il percorso avrebbe un filo conduttore molto semplice:
dal monastero al
paesaggio.
Un itinerario naturalistico
Un secondo percorso potrebbe concentrarsi sulle
Cerbaie.
Boschi di querce.
Pino marittimo.
Vallini umidi.
Felci.
Drosera.
Fauna del bosco.
Sarebbe un modo per mostrare che la storia di Santa
Colomba non è terminata con il passato.
Il patrimonio naturale è parte della sua identità
presente.
Un itinerario cartografico
Un terzo progetto sarebbe ancora più originale.
Partire dalla carta settecentesca.
Individuare la cappella di Santa Colomba.
La strada per Montecchio.
L'Usciana.
I prati dei Certosini.
L'Arno.
Poi cercare gli stessi luoghi sulla carta
contemporanea.
Titolo:
“Santa Colomba nel
Settecento: camminare dentro una mappa antica”.
La Certosa fuori da Calci
Ma l'approfondimento più importante dovrebbe
probabilmente essere dedicato ai Certosini.
Perché Santa Colomba permette di spiegare qualcosa che
spesso sfugge quando si visita un monastero.
Un monastero non finiva alle proprie mura.
Aveva bisogno di terre.
Rendite.
Produzioni.
Boschi.
Fattorie.
Santa Colomba era parte di questa geografia economica.
Dalla Valgraziosa alle Cerbaie
Si crea così un collegamento bellissimo tra due
territori che sembrano lontani.
Calci e Bientina.
La Certosa si trova nella Valgraziosa.
La fattoria si estende verso Montecchio e Santa
Colomba.
Il monastero prega sotto il Monte Pisano.
I suoi contadini lavorano nelle campagne vicino
all'Arno.
La storia collega luoghi che la geografia moderna
tende a separare.
Santa Colomba come comunità
Alla fine, però, il tema principale rimane la
comunità.
Nel 1706 i documenti non parlano soltanto di un
procuratore certosino.
Parlano dei contadini.
Persone disposte a contribuire all'ampliamento della
chiesa.
È questo il passaggio più umano dell'intera storia.
Il paese non viene costruito soltanto dai grandi
proprietari.
Viene costruito dalle persone che ci vivono.
Dalle mani dei contadini alla festa
patronale
Tre secoli dopo, la comunità continua a riunirsi
intorno alla stessa identità religiosa.
Il Comune documenta ancora la festa patronale e le
iniziative organizzate dalla parrocchia di Santa Colomba.
Naturalmente il paese è completamente cambiato.
Ma esiste un filo.
La chiesa.
La santa.
La comunità.
Santa Colomba: il paese nel bosco
Se dovessimo scegliere un'immagine per raccontare la
frazione, potrebbe essere questa:
una piccola chiesa
tra il bosco e la campagna.
Intorno:
i poderi della Certosa.
Più in basso:
la pianura e le acque.
Più lontano:
Montecchio.
Dentro la chiesa:
Santa Colomba.
È una scena semplice.
Ma contiene quattro secoli di storia.
Il paese dei Certosini
Una seconda immagine sarebbe quella di un monaco che
osserva una carta della fattoria.
Non vive a Santa Colomba.
Ma decide come amministrarne i terreni.
Controlla entrate.
Affitti.
Produzioni.
Acque.
Boschi.
La storia del paese è stata per secoli collegata a
decisioni prese dentro la Certosa di Calci.
È un rapporto invisibile ma profondissimo.
Il paese dei contadini
La terza immagine è quella più importante.
Una famiglia rurale.
La casa.
Il podere.
Gli animali.
Il raccolto.
La chiesa.
Il bosco.
Generazione dopo generazione.
Sono queste famiglie ad aver costruito il paesaggio
che ancora oggi riconosciamo.
Il paese tra bosco e pianura
Santa Colomba vive ancora sul confine tra due
ambienti.
Le Cerbaie da una parte.
La pianura dall'altra.
È questa posizione a darle un'identità particolare
rispetto al capoluogo.
Bientina racconta soprattutto la storia dell'acqua.
Santa Colomba racconta quella del bosco.
Ma acqua e bosco si incontrano continuamente.
Quattro date per ricordare Santa
Colomba
La storia della frazione può essere sintetizzata
attraverso quattro date.
1628.
I Certosini fanno costruire la Madonna del Bosco.
1706.
Arrivano le reliquie di Santa Colomba e la piccola
chiesa viene ampliata.
1827.
Finisce il rapporto diretto con la proprietà certosina
e la chiesa entra in una nuova fase.
1957.
Santa Colomba diventa parrocchia autonoma.
Quattro date.
Quattro trasformazioni.
Un borgo che non ha bisogno di mura
Santa Colomba non possiede le torri medievali di
Bientina.
Non ne ha bisogno per essere interessante.
La sua storia è scritta in altri elementi.
Nella chiesa.
Nelle carte.
Nei boschi.
Nei poderi.
Nelle opere idrauliche.
Nella memoria religiosa.
È una storia meno appariscente.
Ma forse proprio per questo più vicina alla vita reale
delle persone.
Santa Colomba, la Certosa e le
Cerbaie
Santa Colomba è uno
dei luoghi più interessanti del territorio bientinese per comprendere la
storia della campagna toscana. La frazione nacque e si sviluppò sulle
colline delle Cerbaie, in un territorio di boschi e poderi strettamente
collegato alla grande fattoria di Montecchio e, per secoli, alla Certosa
di Calci. Nel 1628 i Certosini fecero costruire la Madonna del Bosco;
nel 1706 vi collocarono le reliquie di Santa Colomba, ampliando la
piccola chiesa con la partecipazione degli stessi contadini della
fattoria. Le carte settecentesche mostrano ancora la cappella, la strada
per Montecchio e i prati dei monaci, restituendoci l'immagine di un
paesaggio nel quale religione, agricoltura e gestione delle acque erano
inseparabili. Dopo la fine della proprietà certosina nell'Ottocento,
Santa Colomba continuò a crescere intorno alla propria chiesa, diventata
parrocchia autonoma nel 1957. Oggi la festa patronale, la contrada e
soprattutto i boschi delle Cerbaie mantengono viva l'identità di una
frazione nata sul confine tra collina e pianura, tra natura e lavoro
umano, tra la storia di Bientina e quella della Certosa di Calci. |